La cultura professionale nell’epoca della polarizzazione

Una riflessione tutta italiana


Eugenio Paci, epidemiologo, Firenze.

La scienza e la tecnologia evolvono in modo così rapido e travolgente che è difficile per qualsiasi medico essere al corrente di tutto quanto avanza e si rinnova e di come in realtà stiano cambiando le basi metodologiche della medicina. In Italia manca un’autorevole pubblicazione che cerchi non solo di offrire una visione panoramica ma di avviare una riflessione filosofica, etica e antropologica sulla medicina e sulla sanità.

 

Parole chiave: polarizzazione, comunicazione, dibattito scientifico, globalizzazione, vaccinazioni


Eugenio PaciIl caso vaccinazioni ha confermato la polarizzazione come attuale modalità dominante nella comunicazione pubblica e riproposto la difficoltà di una riflessione che vada al di là degli schieramenti e delle prese di posizione. Discussioni importanti come quella sul calo della copertura vaccinale e le modalità dell’offerta potrebbero essere normali riflessioni – innanzitutto su etica e sanità pubblica più che sui vaccini – pane quotidiano per una sanità pubblica chiamata a rispondere a un calo di copertura (nel caso specifico con la necessità di un incremento nella coercizione legato alla diminuita copertura vaccinale). I fatti e le basi scientifiche tendono in queste condizioni polarizzate a scomparire e la politica e i media entrano pesantemente in gioco nel promuovere le emozioni e i contrasti. Vediamo esperti che diventano riferimenti di forze politiche a cui chiedono dichiarazioni di fede nella verità scientifica. L’esperto di area è certo sempre esistito, cioè colui che, lui solo, viene vissuto come affidabile in quanto dichiara la sua simpatia (appartenenza) per il messaggio politico. Una figura che aveva contraddistinto il mondo scientifico degli anni Settanta, a sinistra identificato con l’esperto rosso. Una relazione che ha dimostrato tutti i suoi limiti. La debolezza del rapporto tra mondo scientifico e quello politico e della società civile è molto grave e continua ad avere basi strutturali, anche nel nuovo mondo della comunicazione.
A questo si accompagna il fatto che, mentre si è sviluppata al massimo la comunicazione (i social), la condivisione del dibattito scientifico culturale è sempre più frammentata, ridotta a piccoli gruppi. In questi termini poco affiora di un dibattito che magari si svolge in ristretti ambienti – per esempio Facebook è uno spazio che per sua natura non è facilmente usabile per un dibattito scientifico, data la variabilità dei partecipanti. Anche quando le questioni vengono approfondite, ci si espone alla superficialità e all’unilateralità, e larga parte del mondo professionale e della sanità non viene raggiunto. Un giornale on-line assai diffuso come Quotidiano Sanità affronta prevalentemente questioni di politica sanitaria o sindacale e quando riporta una notizia scientifica non è ovviamente la sede adeguata di un confronto tecnico-scientifico.
L’aspetto più importante, come ho argomentato in un articolo sui “Recenti progressi in Medicina” (  http://
pensiero.it), è che non esiste il luogo per il confronto (di cui forse c’è anche poca voglia) all’interno del mondo tecnico professionale e della sanità pubblica italiana. La globalizzazione, che è ormai un dato di fatto nella medicina di oggi, vede partecipare al dibattito scientifico internazionale un gruppo limitato di professionisti (che sono comunque assai significativa e produttiva parte del mondo scientifico internazionale), ma non ne coinvolge una gran parte, se non attraverso le comunicazioni, che arrivano per interessi commerciali o grazie a comunicazioni non professionali, come dai media nazionali che riprendono quanto lanciato dalle grandi agenzie globali. Inoltre, in Italia come altrove, gli specialisti, che sono parte importante del mondo della medicina di oggi, sempre più guardano al mondo globale per quanto riguarda il loro campo di interesse, per ovvie ragioni ristretto. Si ha quindi come effetto della globalizzazione della medicina un allontanamento tra chi partecipa, il più delle volte da protagonista al circuito scientifico delle pubblicazioni internazionali, e un mondo assai vasto di professionisti (non solo medici) che vi accedono occasionalmente, per via indiretta e non partecipata. Vi è certo l’ostacolo linguistico, solo in parte superato con l’avvento delle nuove generazioni, ma non basta a spiegare, a mio avviso, il fenomeno.
D’altra parte oggi l’interesse generale per questi temi è assai grande, per cui sono i giornalisti scientifici (le rubriche dei grandi giornali o i blog) o l’esperto blogger a fare da i mediatori tra la medicina globale e la pubblica opinione. Inoltre, sui giornali quotidiani più importanti o anche in quelli più vicini alla professione (vedi Quotidiano Sanità o blog sponsorizzati come Doctornews33) vengono riprese notizie dai lanci delle riviste scientifiche internazionali o da Pubmed, riferendo su articoli americani o inglesi, che spesso non hanno minimamente a che fare con la realtà della medicina che viene praticata in Italia. La nostra ricerca è assai poco ripresa sui media, a meno che non sia al centro qualche nuova (spesso effimera) speranza tecnologica.
Ma non è vero che tutti siamo globalizzati, diciamo che in campo medico c’è una presenza che è più di tipo imperiale: Roma esiste. In Inghilterra, The Lancet e il British Medical Journal sono un esempio di riviste che rappresentano una riflessione autorevole e importante su medicina e aspetti di sanità pubblica di livello globale. Negli Stati Uniti JAMA e New England Medical Journal svolgono più o meno un ruolo analogo. Tuttavia questi giornali globali non fanno che parlare del loro servizio sanitario (l’articolo di Obama sulla riforma sanitaria negli USA è stato il più letto sul NEMJ), discutono e approfondiscono molti aspetti di sanità pubblica di interesse locale, aprono dibattiti su temi e studi scientifici che spesso coinvolgono ricercatori nazionali e presentano prospettive anche etiche su questioni di largo interesse che sono assai sensibili allo specifico modo di pensare di quei paesi. Non tutto quello che pubblicano è ottimo o esauriente, ma se qualcuno è interessato può partire da lì, andare sui motori di ricerca (Pubmed per esempio), cercare le revisioni sistematiche Cochrane ecc.
A chi appartengono (e quindi a chi sono distribuite), le riviste JAMA e BMJ? Sono degli ordini dei medici nazionali e ogni medico ha ad esse facile accesso. Sono riviste, ancora oggi in forma cartacea, per tutti i professionisti e oltre al giornale periodico presentano una ricca produzione di prodotti di approfondimento e formazione (e anche di sostegno alla professione, come Career per i giovani medici, che edita il BMJ), sempre più on-line. Così anche il medico di medicina generale, il neolaureato e il professionista della sanità legge, se vuole, le ricerche migliori prodotte nel mondo, o in molti casi nel suo paese, e si forma. Leggendo un articolo conosce magari chi lo ha scritto, a che gruppo scientifico appartiene, può averne più o meno fiducia, si sente parte di una comunità di discussione e di confronto.
I nostri giornalisti scientifici riprendono spesso questi dibattiti e le novità della ricerca e sono rapidi nel ripresentarcele, con qualche commento magari di esperti italiani. Ma quello che manca è proprio una mediazione tra quel mondo (che è anche quello dove pubblica una larga parte del nostro mondo, che quindi entra in rapporto con la comunità globale) e la nostra realtà culturale, un dibattito che coinvolga il nostro mondo professionale e che si nutra anche della ricerca che viene fatta e riguarda la nostra realtà.
Una rivista di questo tipo rappresenta anche una specifica realtà culturale, non è solo espressione di una comunità internazionale. La questione del rapporto vaccino-autismo, per fare un esempio famoso, è nata da un articolo su The Lancet. La comunità scientifica e medica e quindi l’opinione pubblica inglese ne ha vissuto in prima persona il dramma. Sicuramente anche in Inghilterra ci sono gli antivaccinisti, ma non credo si possa negare che il miglior antidoto a queste posizioni è stato il dibattito serio, anche duro e controverso, trasparente. Un confronto sugli errori fatti, che si riesce a fare innanzitutto sulla stampa professionale, aprendo la discussione nella comunità professionale che vive il problema delle vaccinazioni e del rapporto con i genitori impauriti. Un confronto che pur con tutti i suoi limiti ha influenzato in Inghilterra i media e la pubblica opinione, che leggono la stampa professionale per quello che implica per la loro comunità, in maniera forte e duratura, aiutando almeno finora, a mantenere di forte minoranza una posizione non solo in Inghilterra ma anche negli Stati Uniti (Trump permettendo). Una iniziativa scientifico-culturale di discussione nella professione è sicuramente, almeno nel medio periodo, la risposta più efficace che anche l’Ordine dei Medici dovrebbe dare, evitando di promuovere strade che puntano su risposte individualistiche. Un cambiamento così, in una realtà come quella italiana, non si improvvisa.
Per questo è importante fare un elogio di Toscana Medica, una realtà regionale che per decenni ha cercato di offrire a tutti i medici toscani discussioni, confronti e realtà di pratica medica locale. Un prodotto consapevole dei suoi limiti, che dovremmo valorizzare tutti di più. Molto del suo impatto dipende dal suo Direttore e dal gruppo di persone che con lui collaborano, ma anche dai tanti professionisti che le hanno dato il loro contributo: credo sia un fatto importante, in questo momento in cui la cultura scientifica della medicina in Italia sta rischiando molto, indicarlo come esempio, seppure di natura locale, anche a livello nazionale. Nella speranza che l’Ordine dei Medici, in collaborazione con le Società scientifiche e gli editori scientifici che esistono anche in Italia si pongano urgentemente l’obiettivo di fornirsi di strumenti di cultura scientifica, ricerca e sanità pubblica che aiutino a non vivere continue emergenze comunicative e prendano atto che lo stato attuale produce fratture pesanti sia dentro il mondo professionale che nel rapporto con la pubblica opinione.

Al di là dell’elogio per il nostro giornale che ha rallegrato tutta la Redazione, che svolge un pesante lavoro per produrre un giornale quasi professionale pur essendo dilettante, Eugenio pone un problema molto serio. La scienza e la tecnologia evolvono in modo così rapido e travolgente che è difficile per qualsiasi medico essere al corrente di tutto quanto avanza e si rinnova e di come in realtà stiano cambiando le basi metodologiche della medicina. Inoltre il combinarsi delle tecnologie informatiche con la robotica, con la genetica e con le neuroscienze indirizzano verso il superamento dei limiti biologici dell’uomo e pongono alla professione problemi etici sempre più rilevanti. In effetti manca in Italia un’autorevole pubblicazione che cerchi non solo di offrire una visione panoramica ma di avviare una riflessione, filosofica, etica e antropologica sulla medicina e sulla sanità.
Potrebbe farlo la Federazione degli Ordini? Oppure le più importanti società scientifiche o il Ministero o qualche privato? La risposta non è facile, ma l’esigenza posta da Paci è sempre più sentita dai Colleghi.
In conclusione è necessaria una sorta di divulgazione di alto livello, che provochi un dibattito tra i medici ed un aumento della consapevolezza; ciò contribuirebbe a diminuire quello stato di disagio che la professione indubbiamente vive.
Antonio Panti

 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il nostro sito utilizza i cookies per offrirti un servizio migliore.

Se vuoi saperne di più o avere istruzioni dettagliate su come disabilitare l'uso dei cookies puoi leggere l'informativa estesa

Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o cliccando su Accetto, presti il consenso all’uso di tutti i cookies.