Storie allucinanti di una realtà sommersa

La struttura di tossicologia forense dell’AOUC racconta

ELISABETTA BERTOL, Professore Ordinario di Tossicologia Forense, Università degli Studi di Firenze. Direttore Struttura di Tossicologia Forense Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi.

L’interesse sempre maggiore per le cosiddette Nuove Sostanze Psicoattive (NSP) non deve fare tuttavia dimenticare quanti e quali siano i danni ancora provocati dalle droghe cosiddette tradizionali. L’Autrice, partendo da quest’ultima considerazione, riporta alcuni casi particolarmente significativi di casistica tossicologica acuta in età pediatrica, tratti dalla serie di 38 osservati a Firenze nel 2016.

 

Parole chiave: tossicologia forense, cocaina, eroina, intossicazione acuta, età pediatrica


Elisabetta BertolNel campo dell’uso e abuso di sostanze stupefacenti, di alcol, di sostanze psicoattive di nuova generazione (tabellate o meno per il nostro ordinamento) l’incremento dell’offerta, e quindi la diffusione del consumo a vasto raggio, continua ad essere un problema, ad avviso di chi scrive, parzialmente sottovalutato, o talvolta non correttamente valutato essendo spesso distorta l’opinione degli esperti nel campo, talvolta non aggiornata nell’acquisizione di informazione e formazione scientifica ad hoc.
Per quanto concerne lo specifico argomento delle “nuove droghe”, o meglio delle Nuove Sostanze Psicoattive è stato pubblicato un articolo su questa stessa rivista, nel mese di gennaio 2016, e si può riconfermare che la loro diffusione rappresenta a tutt’oggi un serio problema, soprattutto, come sottolineato nell’articolo, a causa della difficile individuazione delle medesime, sia su materiale non biologico (sequestri) che su materiale biologico (viventi, deceduti), e ciò soprattutto per la carenza di disponibilità, per la maggior parte dei laboratori di settore, degli analiti standard di riferimento. (Toscana Medica 1/2016:  http://
www.toscanamedica.org/87-toscana-medica/qualita-e-professione/96-le-nuove-droghe-sintetiche).
Tuttavia è necessaria anche una riflessione diversa, che sorge imperativamente nel constatare che da qualche anno sia nelle sedi scientifiche che in quelle congressuali (idonee a fornire informazione, casistica, prevenzione) così come anche nelle fonti della letteratura di settore, tutta l’attenzione nel tema “droga” è ormai concentrata al massimo e quasi esclusivamente proprio sulle Nuove Sostanze Psicoattive, sia a livello nazionale, che europeo, che internazionale.
È infatti difficile oggi pensare che un ricercatore possa ambire a “portarsi a casa” finanziamenti erogati attraverso bandi nazionali o europei se il tema del progetto non riguarda le NSP; è difficile attrarre l’attenzione dei media se non parlando di Nuove Sostanze Psicoattive; anche nella formazione primaria e secondaria si richiede la partecipazione di esperti in argomento per lezioni, conferenze, seminari, sempre con attenzione alle nuove droghe.
Tutto ciò è cosa buona ed importante, ma la riflessione che può venire di conseguenza e che può anche sembrare un tantino azzardata è che tutto questo boom di pubblicità (da quella di facile effetto mediatico a quella più seria e scientifica) che ruota attorno alle Nuove Sostanze Psicoattive possa servire a distogliere l’attenzione, quasi fosse un disegno strategico, nei confronti dei traffici della droga tradizionale, che quindi, parzialmente indisturbati, continuano a imperversare, a crescere e a mietere vittime.
Di fatto, riguardo ai casi venuti alla conoscenza diretta della Struttura di Tossicologia Forense della AOUC, nella nostra quotidianità di operatori nel settore di diagnostica e monitoraggio dei casi di intossicazione che pervengono dalle varie unità di Pronto Soccorso, con particolare riguardo all’età delle persone vittime di intossicazione, è stato singolare l’accentuarsi, nell’ultimo periodo di osservazione, di un certo numero di casi – non indifferente – riguardante la fascia di età minorile, ed in particolare quella della prima infanzia.
Con riferimento all’infanzia, è degna di osservazione una allucinante realtà di casistica tossicologica acuta in bambini al di sotto dei tre anni di vita, tra i quali anche neonati.
Ancora più sorprendente è che, se per qualche caso si tratta di intossicazione acuta accidentale, per altri casi si può parlare di somministrazione volontaria di “droga” – mi si conceda il termine poco scientifico, ma più diretto – a scopi non ufficialmente dichiarati o accertati, ma intuibili.
In quest’ottica, consapevoli altresì che quella che arriva alla nostra osservazione è solo una casistica di un ordine di grandezza estremamente inferiore alla reale situazione, si precisa che nel 2016 si sono avute – riguardo ai casi di intossicazioni acute di minori – un numero di richieste di poco inferiore alla quarantina e precisamente in numero di 38. Di queste comunque circa la metà riguardavano bambini molto piccoli, per i quali l’intossicazione acuta, che ha comportato il ricovero, è da considerarsi accidentale in una quota parte di casi, in altri volontaria.
Anche negli anni immediatamente precedenti erano giunti alla nostra osservazione casi di sconcertante gravità, seppur in misura minore per mancanza di informazione negli ambienti di pronto soccorso, dell’esistenza di una struttura come la nostra, dalle capacità analitiche sempre in progressivo aggiornamento ed evoluzione tecnologica.
Per i casi accidentali ci si riferisce spesso ad accidentalità dovute alla trascuratezza e mancanza di vigilanza ed attenzione di genitori o parenti che, facendo parte del mondo della droga vuoi come consumatori vuoi anche come spacciatori/piccoli trafficanti, lasciano incustodita e alla portata dei piccoli la loro merce.
In questa casistica i derivati della cannabis (dall’erba alla resina) occupano una buona quota parte dei casi, compresa una sola occasione di uso di cannabinoidi sintetici, dovendosi per lo più gli episodi di intossicazione acuta ai cannabinoidi naturali, ed in particolare al tetraidrocannabinolo (THC).
Da considerare singolare che in casi come questi l’attenzione del clinico è focalizzata, sempre, alla richiesta di sostanze particolarmente tossiche, o di cannabinoidi sintetici, quasi a voler disconoscere a priori – pur di fronte a intossicazioni in piccoli bambini o neonati – la reale pericolosità dei derivati della cannabis.
Il resto della casistica riguarda altre sostanze tradizionali, dalla cocaina all’eroina.
Non si registrano, in questa parte della nostra casistica, casi di nuove droghe, benché sempre analiticamente ricercate, facendo parte della competenza della Struttura l’attuazione del loro screening sia su urina, che su sangue e su matrice pilifera.
I casi di ancora più allucinante realtà sono riferibili alla casistica non accidentale di intossicazioni acute in bambini molto piccoli ai quali volontariamente viene somministrata la sostanza stupefacente, che, per i casi giunti alla nostra osservazione, è sempre riferibile a sostanze cosiddette tradizionali, ed in particolare cannabis, eroina e/o cocaina.
Si vuole ribadire che i casi studiati sono pervenuti alla nostra osservazione solo perché giunti in stato di coma o di allucinazioni o di agitazione psicomotoria al presidio di Pronto Soccorso del territorio di residenza (tutti i casi descritti riguardano la Regione Toscana). Solo con indagini tossicologiche sulla matrice pilifera, che ci consente di accertare eventuale uso pregresso, sono venute alla luce le storie che descriviamo.
Caso di bimba di anni 1 e 4 mesi ricoverata al Pronto Soccorso di una città della Toscana per disappetenza e stato di ipotonia generalizzata e iporeattività, sfociata poi in necessità di trasferimento in rianimazione per alterata dinamica respiratoria.
Oltre agli esami ematochimici di routine la bambina veniva sottoposta anche a screening tossicologico, con positività per benzodiazepine e sorprendentemente per cocainici. Vista la mancanza di specificità e di sicurezza diagnostica dei kit di screening impiegati, venivano recapitati alla nostra struttura di Tossicologia Forense un minimo residuo di urine unitamente ad un campione di sangue e, su mia personale richiesta, di un campione di matrice pilifera (capelli).
Nei campioni biologici è stata riscontrata la presenza nelle urine di benzodiazepine con identificazione di midazolam e del metabolita α-idrossi-midazolam, nonché di cocaina e del metabolita benzoilecgonina.
Nel sangue positività lieve per midazolam e α-idrossi-midazolam; nella matrice pilifera positività estremamente elevata di cocaina e del metabolita benzoilecgonina.
Si fa presente come in questo caso la scoperta di consumo di cocaina da parte della bimba sia avvenuta per caso e per mero scrupolo diagnostico, in quanto la piccola era stata ricoverata in rianimazione per difficoltà respiratoria per sovradosaggio di benzodiazepine. Anche a proposito di queste, rimane comunque di difficile comprensione l’uso inconsulto di una molecola di potente effetto sedativo ed ipnoinducente, il midazolam, peraltro di sola disponibilità ospedaliera (ma di cui è ricco il mercato clandestino, anche sul web, in quanto droga da sballo), se non pensando alla volontà di genitori che necessitavano di sedare l’iperreattività di una bimba esposta ad uso indiscriminato di cocaina. Da osservare che l’esposizione alla cocaina non è attribuibile ai giorni immediatamente precedenti il ricovero, ma ad una esposizione molto pesante nel tempo riferibile ai precedenti 3-4 mesi.
In ottemperanza alla richiesta della magistratura inquirente, veniva eseguito controllo per l’uso di stupefacenti anche sulla matrice pilifera di entrambi i genitori della bimba, riscontrandosi importanti livelli di cocaina e metabolita per il padre, dimostrativi di un uso pesante della molecola, e livelli inferiori (ma sempre significativi di uso costante) per la madre.
Caso di bimbo di circa 4/5 mesi, quindi neonato, che era stato ricoverato d’urgenza al reparto pediatrico di una provincia toscana, in quanto “sembrava morto” come la sorella, di circa 11 anni, riferiva dal proprio telefonino specificando che chiamava “di nascosto” il 118. La bimba, spaventata dall’episodio, raccontava in seguito che “non era la prima volta” che il fratellino dopo essere stato nutrito con il biberon (esclusa quindi l’evenienza dell’allattamento materno) cadeva in un sonno profondo.
In tale occasione però il bambino “aveva le labbra blu”, sempre come raccontato dalla sorella. I paramedici dell’unità mobile di pronto soccorso rianimavano prontamente il bimbo, e provvedevano ad immediato ricovero.
La nostra Struttura di Tossicologia Forense veniva interessata solo il giorno successivo, per avere contezza più specifica dell’accaduto, in quanto – fortunatamente – il neonato si era perfettamente ripreso a seguito di somministrazione del farmaco Narcan Neonatal, il cui principio attivo, come noto, è indicato nella terapia della depressione respiratoria causata da sovradosaggio di oppiacei. La somministrazione del farmaco era stata eseguita in quanto veniva accertato che la madre era dipendente da eroina, ed usava metadone in terapia disintossicante a scalare. Le urine del neonato erano state nel contempo esaminate in ospedale per la ricerca delle principali sostanze stupefacenti, risultando positive per oppiacei e metadone (kit immunochimici). Il residuo di urine (corrispondenti quindi al giorno del ricovero) ed un prelievo della matrice pilifera richiesti allo scopo dalla nostra Struttura davano come risultato una positività urinaria per morfina (38,3 ng/ml) e mono-acetilmorfina (15,6 ng/ml), quest’ultima dimostrativa di uso di eroina, e per metadone (115,5 ng/ml).
Per quanto riguarda la matrice pilifera, si trattava della rasatura della testolina del bimbo, che presentava pochi capelli, mai tagliati fin dalla sua nascita. In questo pool di materiale pilifero è stata riscontrata la presenza di metadone (85 ng/mg) ed assenza di oppiacei e metaboliti.
Lo stato di sovradosaggio da oppiacei che ha fatto scattare il ricovero è dunque da considerarsi episodico, ma molto grave, tale da spaventare la sorellina e permettere comunque di salvare il bimbo. Da segnalare tuttavia che l’esame dei capelli del bimbo testimonia invece una esposizione piuttosto pesante e continua al metadone.
Non essendo mai stato allattato, è da supporre che le sostanze stupefacenti (eroina nel caso che ha portato al ricovero e metadone fin dalla nascita), fossero somministrate al bambino a scopo di sedazione.
Tutti gli accertamenti sono stati eseguiti su disposizione della magistratura.
Caso di intossicazione acuta da cannabis in bambina di poco più di un anno, portata dalla madre ad un Pronto Soccorso della Toscana.
La bimba versava in uno stato soporoso alternato a stato di agitazione psicomotoria, e sintomatologia neurologica acuta.
Prelievo delle urine e del sangue effettuati circa tre ore dopo l’ingresso in Pronto Soccorso. Il Laboratorio ospedaliero locale segnalava nelle urine unicamente presenza di cannabinoidi.
La madre, reticente sulle modalità dell’accaduto, ammetteva poi di fare saltuario uso di cannabis.
I medici dell’UO Pediatria inviavano quindi alla Struttura di Tossicologia Forense dell’AOUC Firenze i campioni di urina e di sangue (gli stessi del prelievo di cui sopra), chiedendo la conferma del test urinario, gli accertamenti sul sangue, ed anche un accertamento sui capelli della bimba.
I risultati sul sangue e sulle urine rilevavano concentrazioni estremamente elevate del metabolita del tetraidrocannabinolo (principio attivo della cannabis) rispettivamente pari a 48,9 e 241,16  ng/ml. Negatività nella matrice pilifera.
I livelli sono tali da escludere in assoluto la possibilità di fumo passivo; la presenza nel sangue alla concentrazione sopra riportata, fa deporre per una concentrazione significativamente più elevata – al momento dell’accadimento rispetto all’ingresso in Pronto Soccorso – stante la farmacocinetica dei metaboliti della cannabis che lasciano rapidamente il torrente circolatorio; è da supporre (anche dai pochi indizi ricavabili dalle reticenti dichiarazioni della madre) che la bimba potesse avere ingerito una imprecisata quantità di una preparazione della cannabis (marijuana o più probabilmente hashish); il caso è da considerarsi emblematico esempio di una sottovalutazione della pericolosità e dei rischi insiti nell’uso di una sostanza considerata ancora, in modo così obsoleto e antiscientifico, leggera, ma anche perché, nella specifica circostanza, si trattava di un minore assolutamente incapace di discriminare cosa possa essere ingerito o meno (bimba di soli 13 mesi) che aveva trovato nella propria disponibilità, tra le mura domestiche, la sostanza che le ha provocato l’intossicazione acuta con sintomatologia neurologica tale da indurre la madre a portarla al Pronto Soccorso.
Bimba di anni 2 circa, straniera, ricoverata d’urgenza in Pronto Soccorso, in preda a stati di delirio con urla e tremori – come fosse in preda a terrore – per intervento dei vicini di casa, che avevano provveduto a chiamare soccorso. I vicini avevano raccontato anche come tali episodi fossero ricorrenti nel periodo dell’ultimo anno, da quando cioè la famiglia si era trasferita in Italia.
I primi esami eseguiti su campione ematico ed urinario avevano rilevato elevati livelli di metabolita del principio attivo della cannabis (rispettivamente 24,4 e 264,02 ng/ml). Sempre per approfondimento diagnostico, sulla matrice pilifera (10 cm di capelli) è stata riscontrata presenza del metabolita dei cannabinoidi e di metaboliti delle benzodiazepine.
In questo caso è d’uopo sottolineare come l’esposizione alla cannabis della bambina non sia da considerarsi “passiva ma dovuta a somministrazione pesante da parte di terzi, e la presenza nei capelli fa capire come l’episodio che ha portato al ricovero d’urgenza non fosse dovuto ad accidentalità, ma che tale situazione perdurasse da almeno 10 mesi. Si sottolinea inoltre che, data la scarsa affinità dei metaboliti della cannabis per la matrice pilifera, il referto positivo nella suddetta matrice testimonia un consumo importante, di elevata entità.
Di abuso di cannabis si parla anche in episodio di minorenne (anni 12), di sesso maschile, straniero, ricoverato in preda ad episodio di allucinazioni (poi descritto come di carattere uditivo …“sentivo urla di persone che mi inseguivano”) mentre correva in una via della città. Dopo sedazione e rientro in una situazione di normalità il ragazzo riferiva di essere un consumatore saltuario di derivati della cannabis fin da quando – già all’età di circa 8-9 anni “rubava pezzetti di fumo” al fratello.
Nell’occasione tuttavia, nonostante il ricovero, non fu eseguito prelievo di campioni biologici (né sangue né urine) nell’immediato, ma solo un campione urinario, alcuni giorni dopo, che dava ancora positività accentuata (19,48 ng/ml) per il metabolita fondamentale del tetraidrocannabinolo.
L’episodio psicotico (è noto che la cannabis, specie in età adolescenziale, può ingenerare, come sintomatologia importante, proprio una psicosi tossica) è il risultato di una assunzione eccessivamente elevata di una preparazione della cannabis classificabile, con ogni verosimiglianza, tra quelle che oggi sempre più spesso vengono ad essere presenti sul mercato clandestino, provenienti da coltivazioni forzate e selezionate al fine di sintetizzare un contenuto di principio attivo oltre 10 volte superiore alle preparazioni comunemente presenti in natura. È noto che anche in Italia esistono distese e distese di queste coltivazioni in cui l’ambiente particolarmente idoneo porta a prodotti oltremodo tossici.
Si vuole ribadire che è proprio in età adolescenziale che il pericolo dell’assunzione di cannabis è maggiore, in particolare della tipologia ad alto contenuto di principio attivo e ciò non solo per i danni sui tipici recettori cerebrali dei cannabinoidi, siti nel lobo frontale, in un cervello in piena evoluzione, ma anche per gli effetti comportamentali, decisamente pericolosi per l’incolumità stessa dell’assuntore.
Si vuole sottolineare che episodi analoghi all’ultimo descritto per modalità di assunzione e per effetti prodotti, sono stati registrati in numero di 5 nell’arco di soli 2 mesi.
 
Caso di una bambina di anni 12, straniera, pervenuta in Pronto Soccorso in preda ad agitazione psicomotoria incontenibile, non collaborante, che rischiava, dimenandosi, di “sbattere la testa” e tale da indurre i parasanitari e immediatamente dopo i sanitari alla contenzione e alla sedazione.
Il prelievo ematico ed urinario, eseguiti al momento del ricovero, inviati per approfondimenti analitici alla Struttura di Tossicologia Forense, rilevavano presenza di cocaina (15,65 ng/ml) e suo metabolita (185 ng/ml) nel sangue, dove si riscontrava anche un alto livello di alcol (1,35 g/litro). L’urina mostrava presenza di cocaina e suo metabolita, e non era stato consentito il prelievo della matrice pilifera.
Successivamente, circa due mesi dopo, la ragazzina veniva accompagnata dai genitori per una “diagnosi di eventuale uso pregresso” di stupefacenti e/o di alcol, dopo che la stessa aveva acconsentito, proprio malgrado, di seguire una sorta di intervento psicologico di sostegno.
Ne risultava un uso pesante (da definirsi non sporadico/occasionale) di cocaina, con l’evidenza, grazie allo studio dei fondamentali moderni marcatori (etiglicuronide ed esteri etilici degli acidi grassi – FAEE), anche di un pesante abuso di alcol.
La storia, nel suo complesso, viene confermata dalla struttura di sostegno psicologico, che descrive anche “pesante disagio psichico in bambina con problemi di disagio familiare”. Non è stato consentito indagare sull’uso di stupefacenti nell’ambito della famiglia.

Bimba di anni 7, in famiglia di condizioni economiche medio-elevate, socialmente ben inserita, e apparentemente senza problemi di disagio, ad eccezione di un rendimento scolastico molto scarso, preoccupante a dire della maestra, non rispondente all’intelligenza della bambina.
Un giorno la bimba è stata ricoverata presso il reparto di Osservazione Tossicologica di un Pronto Soccorso di una provincia della Toscana per episodio di perdita di coscienza. Erano stati i genitori stessi a far ricoverare la figlia. Gli accertamenti eseguiti sul sangue avevano dato negatività per le principali sostanze stupefacenti (la bimba era stata portata al Pronto Soccorso a distanza di ore dall’episodio narrato dai genitori), mentre gli accertamenti urinari avevano dato positività per MDMA (estasi) e suo metabolita (MDA), per il metabolita del tetraidrocannabinolo, nonché per morfina, codeina, monoacetilmorfina (quest’ultimo metabolita indica assunzione di eroina).
Questa situazione di poliassunzione, vista l’età della paziente, ha indotto ad indagare, tramite esame della matrice pilifera, su consenso dei genitori, riguardo ad un eventuale pregresso uso di sostanze, ottenendosi positività per metaboliti degli oppiacei, e non per le altre sostanze riscontrate nelle urine.
I servizi sociali, interessati in merito all’episodio, hanno potuto poi accertare che era proprio la famiglia (entrambi i genitori) a fare uso di oppiacei (testimoniato anche da periodi di frequentazione dei servizi per le dipendenze) ma di non “disdegnare” anche uso di cannabis e, quando fosse possibile, anche di ecstasy o altri amfetaminici. Entrambi i genitori negavano in modo categorico che la piccola potesse – anche episodicamente – fare uso di stupefacenti, assicurando l’assistente sociale in merito alla loro attenzione a “non lasciare mai incustodita” nella disponibilità della figlia alcuna sostanza.
Di fatto, anche questo episodio acuto (con ricovero) ha permesso poi di indagare nel pregresso e di constatare una esposizione non episodica a vari tipi di droga. Ma la storia davvero più allucinante riguarda un recente episodio, nato dalla richiesta di esame tossicologico sui capelli di bambino di mesi 14 da personale sanitario di un reparto di rianimazione pediatrica in stato ipotonico, soporoso, con miosi, con necessità di intubazione e ventilazione. Primi esami tossicologici delle urine riscontravano positività per metadone. La richiesta di esame dei capelli nasce dalla volontà di approfondimento diagnostico dal momento che il bimbo, una volta risolta la situazione indotta dal sovradosaggio di metadone, era caduto in una classica sintomatologia astinenziale. Il risultato degli esami condotti sulla matrice pilifera dava esito positivo non solo per il metadone, ma anche per metaboliti dell’eroina e della cocaina. Il magistrato, interessato del fatto, mi nominava consulente allo scopo di eseguire un ulteriore prelievo di capelli del bambino, onde poter eseguire analisi “seriata”, con consenso informato della madre. Veniva richiesto anche prelievo ed indagini tossicologiche sui capelli degli altri figli, un fratellino dell’età di circa 2 anni e mezzo, e altro minore di anni 12. Le analisi tossicologiche sono state eseguite in maniera seriata (esaminando quindi segmenti di un centimetro) potendosi così risalire all’eventuale uso di sostanze stupefacenti fino a circa 5 mesi prima del prelievo.
Si sottolinea che per tutti i bambini, e per tutti i tratti di capelli, è risultata una esposizione piuttosto significativa, non occasionale, e soprattutto relativa a sostanze stupefacenti che in genere non vengono assunte contemporaneamente, proprio a causa degli effetti diametralmente opposti che esse ingenerano.
È stato accertato che i genitori sono persone dipendenti da stupefacenti (il padre da eroina, in terapia con metadone) ma con precedenti di spaccio di sostanze stupefacenti: le ipotesi degli inquirenti sono pertanto da ricondurre a due. La prima, quella che si può considerare la più rosea, è che i genitori, impegnati nelle loro attività di spaccio, non si preoccupassero minimamente del fatto che i figli vivessero quotidianamente a pesante contatto con vari tipi di droga, esattamente nei locali dove veniva effettuato il confezionamento delle dosi per lo spaccio ed in tal modo la potessero assorbire per esposizione passiva. La seconda ipotesi, la peggiore, ma che potrebbe avere maggior fondamento per una serie di fatti circostanziali, non ultimo i livelli di concentrazione elevata dei metaboliti nella matrice pilifera, è quella che volontariamente la varietà di droghe venisse somministrata ai figli.
È emblematica, a tale proposito, la ritrosia e la caduta in contraddizione del minore di 12 anni, di fronte alle domande della responsabile dell’Unità speciale della Polizia di Stato per gli episodi di violenza sui minori.
Anche questa sconcertante situazione è venuta a galla solo a causa dell’episodio che ha costretto il bimbo più piccolo al ricovero in rianimazione, probabilmente perché i genitori, per sedare la sua iperattività in seguito ad esposizione pesante a cocaina, gli avevano somministrato un sovradosaggio di metadone.
Dopo la descrizione di solo alcune storie allucinanti, una importante considerazione riguarda il fatto che all’osservazione della sottoscritta, in qualità di direttore della Struttura di Tossicologia Forense dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Careggi, giungono solamente i casi considerati particolari, in base ad una selezione non certo protocollata con una criteriologia standardizzata, ma giudicati tali a completa ed esclusiva discrezionalità del medico di turno.
Spesso l’attenzione del clinico porta all’esigenza di approfondimento, ma altrettanto spesso, anzi, nella stragrande maggioranza dei casi (specie se questi hanno poi avuto esito di risoluzione positiva) non viene ritenuto opportuno l’approfondimento tossicologico.
Ulteriore fondamentale osservazione, calandosi nella realtà della vita quotidiana, è che i casi che giungono comunque all’osservazione e poi – eventualmente – ritenuti degni di approfondimento, sono relativi solo alle situazioni gravi, quelle di emergenza, quelle di ricoveri di bambini in coma.
Se non avviene un intervento medico, che possa ravvedere gli estremi di un ricovero, molta casistica tossicologica riguardante l’infanzia, soprattutto la prima infanzia, passa del tutto inosservata.
Ciò che arriva all’osservazione specifica, mirata e specialistica della Struttura di Tossicologia Forense è pertanto definibile, sicuramente, come la punta di un iceberg che fa solo intuire l’entità del fenomeno, ma che non permette di quantizzarlo, men che meno di studiarlo.
Nei casi descritti, come per altri sempre giunti alla conoscenza della Struttura, è stato possibile l’intervento delle Unità di supporto psicologico e sociale, con allontanamento dei minori dalla famiglia, ma ci si chiede tuttavia quanto anche questo gravi sul futuro psichico di queste vittime.
Statisticamente parlando, quindi, una valutazione di quanto a fronte di questa allucinante realtà solo episodica, possa essere invece il reale “sommerso” meriterebbe una particolare attenzione, dal momento che si tratta di vera e propria violenza nei confronti di minori, inconsapevoli vittime di situazioni familiari che rivelano ben più che un generico disagio psicologico.
I bambini sono nelle nostre mani!

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