Punire gli innocenti

ANTONIO PANTI, dal 1971 ha ricoperto diversi incarichi nella FIMMG, di cui è stato anche Segretario e Presidente Nazionale. Presidente dell’Ordine di Firenze dal 1988. Ha ricoperto cariche nazionali nella Federazione Nazionale degli Ordini, in particolare nella Commissione per le ultime stesure del Codice Deontologico. Membro di numerose Commissioni Ministeriali. È stato dal 1998 al 2016 Vicepresidente del Consiglio Sanitario Regionale.

Antonio PantiNel 2009 un’azienda farmaceutica stipula una convenzione con un Dipartimento clinico di una Facoltà di Medicina al fine di istituire un assegno di ricerca per favorire “lo svolgimento e lo sviluppo delle attività di ricerca disciplinari” proprie del dipartimento in questione. Una somma in denaro da versare sul conto corrente bancario intestato all’Università e da questa successivamente attribuito al suddetto dipartimento. Niente di più consueto. Accade, in quel periodo, che la magistratura indaghi, sulla base di una segnalazione sul corretto utilizzo di un determinato farmaco, su quella stessa azienda farmaceutica; tale farmaco è prescrivibile soltanto in centri di elevata specializzazione, tra i quali quello di cui si parla. Pare che tra le consuete intercettazioni una riguardi il direttore del centro di cui sopra, che racconta a un interlocutore imprecisato l’accordo di quell’azienda con l’Università e quindi di aver ricevuto l’assegno.
L’indagine prosegue indefessa, le intercettazioni sono trasmesse alla procura, come al solito i nostri tribunali “non reggono neanche il semolino” frase idiomatica che mia nonna usava ma che mi sembra assai centrata, e tutti i giornali titolano su quattro colonne dell’ennesimo scandalo, del coinvolgimento di noti professionisti, di cui si fa nome e cognome, che sono stati raggiunti da un avviso di garanzia che è già un’implicita condanna. Inizia il consueto calvario dei medici. Il nostro professionista (che, tra l’altro, non ha mai prescritto il farmaco in questione e lo può dimostrare) deve assumere un difensore (ovviamente a sue spese) in attesa di essere sentito dal magistrato inquirente così come sembrerebbe logico. Ma, lo si sa, la giustizia è una Dea bendata e la logica non è il suo forte. Passano gli anni, nessuno interroga i professionisti coinvolti, fino a che un altro procuratore prende in mano la vicenda e si accorge, udite, udite che il comportamento delittuoso dei medici incriminati, “perché in concorso tra di loro al fine di incrementare le vendite del prodotto… ricevevano in cambio la somma di euro elargita quale contributo liberale” – il predetto assegno di ricerca incassato dall’Università – (come recita la richiesta di rinvio a giudizio), non aveva alcun riscontro nei fatti e bastava guardare le carte per accorgersene subito. Quindi nel 2017, dopo ben otto anni, il Tribunale competente pronunciava, sempre in assenza di qualsiasi contraddittorio, sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste”.
Un semplice errore, tutto è bene quel che finisce bene. Però la giustizia ha inflitto a incolpevoli cittadini inutili sofferenze e spese evitabili. Gli errori sono sempre possibili e i medici lo sanno bene. Quel che colpisce è la mancanza di diligenza. Perché non ascoltare subito gli interessati? Perché lasciar passare gli anni fino alla prescrizione, in questo caso quasi contemporanea all’assoluzione, per cui se gli indagati fossero stati colpevoli non sarebbe stato possibile condannarli? Perché non leggere gli atti prima di inviare avvisi di garanzia e poi lasciarli appesi senza procedere?
Allora la domanda che sorge spontanea ai medici, indubbiamente al centro del ciclone della grande questione della responsabilità medica o sanitaria, è di chiedersi cosa accadrebbe se questi fossero i comportamenti consueti nella professione medica. Si griderebbe allo scandalo e i mass media sarebbero ancor più enfatici nel denunciare insensibilità, carenze, disumanità dei medici. L’impressione, anzi la certezza, è che, nonostante tutte le critiche alla medicina, nonostante le recriminazioni sugli antichi medici che davano ascolto, al di là degli errori che possono esserci, resta il fatto che i medici tentano con costanza e coerenza di migliorare le cure offerte ai cittadini, spesso contro un’amministrazione insensibile. Uno sforzo che dispiace veder spesso misconosciuto.
Una proposta: perché, in analogia con i corsi sulla sicurezza del paziente che si svolgono in tutte le strutture sanitarie, non tenere in ogni tribunale corsi sulla sicurezza dell’imputato?

 

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