Epidemie diagnostiche: Neuropsichiatria e tribunali

Claudio Coscarella, Laureato nel 1981 e specializzato 
in Neuropsichiatria infantile nel 1989. Specializzato in Psicoterapia Familiare presso l’ITF di Roma e di Firenze. Sensibilizzato alla Psicoterapia Cognitivista Post-razionalista. Autore di articoli e di lavori scientifici sulla Salute Mentale in Età Evolutiva. Dal 1992 dirige l’UFSMIA della Zona Sanitaria Isola d’Elba della USL Nord Ovest - Toscana

Questo è il terzo intervento dedicato alla (pseudo)epidemia di disturbi neuropsichiatrici in età evolutiva (vedi Toscana Medica 10/2015 e 9/2016). L’incremento di domanda impropria che affluisce ai servizi toscani (e non solo) è prevalentemente dovuto a bisogni indotti causati da richieste di consulenze a cascata (spesso non appropriate) da parte di altri servizi pubblici: Sanità, Scuola, Servizi Sociali, Tribunali.

 

Parole chiave: neuropsichiatria infantile, Tribunale dei Minori, età evolutiva, Servizi Sociali

Claudio CoscarellaI servizi di salute mentale in età evolutiva (UFSMIA) sono chiamati istituzionalmente dal Tribunale dei Minori e da quello Ordinario  a prendersi cura di minori in balia di separazioni/divorzi conflittuali. In queste “guerre emotive intra-familiari” i giudici del Tribunale dei Minori e del Tribunale Ordinario affrontano situazioni complesse, che non obbediscono alle regole della ragione e del buonsenso parentale, come abusi psicologici, trascuratezza educativa e misconoscimento dei compiti familiari, che coinvolgono impetuosamente i figli.
Così i neuropsichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza (NPIA) delle UFSMIA sono spesso chiamati a consulenza in questi scenari dai legami affettivi feriti, che limitano la funzione genitoriale, con evidente disagio esistenziale dei figli. Per quanto regole razionali e giuste, le sentenze non possono dare ordine alle emozioni, che finiscono per  sfogarsi sempre in agiti.
Sul piano istituzionale il Decreto del Presidente del Consigli dei Ministri del 12.01.2017 “Definizione e aggiornamento dei LEA” ribadisce agli articoli 24 e 25 l’obbligatorietà dei rapporti di collaborazione con il Tribunale dei Minori e degli adempimenti con l’autorità giudiziaria minorile, sia nell’ambito dell’attività specifica diagnostico-terapeutica del minore con disturbi neuropsichiatrici che in quella più generica di colloquio di orientamento e di sostegno familiare, operando in una “… necessaria integrazione con i servizi sociali” (punto 2 degli articoli 24 e 25).
La domanda di indagine psico-sociale del Tribunale dei Minori e del Tribunale Ordinario è indirizzata sempre in prima istanza al servizio sociale di zona e si declina secondo un doppio mandato istituzionale: quello dell’istruttoria psico-sociale e quello della presa in carico psicologica del disagio dei minori e della loro famiglia. Di fatto questa ambiguità operativa comporta una diluizione del contesto clinico dell’osservazione/valutazione del minore e della sua famiglia, con uno slittamento verso un contesto giudiziario e inquisitorio.
Il fenomeno della conflittualità in corso di separazione è in crescita. I dati ISTAT confermano che dal 2008 al 2015 le separazioni sono cresciute dal 34 al 47%. In alcune province toscane le separazioni colpiscono più del 50% dei matrimoni. In un terzo delle separazioni familiari sono presenti figli minori (nel 2015 circa 36.000 nuclei familiari con minori), che in percentuali variabili ricorrono ai Tribunali per guerre di parte genitoriale sull’affidamento e sul governo dei figli.
In queste separazioni fortemente conflittuali le sentenze dei Tribunali indirizzano quasi sempre verso una presa in carico psicoterapica, sia del minore da parte del Servizio di Salute Mentale in età evolutiva, sia della coppia genitoriale da parte della UF Consultorio, le cui competenze genitoriali sono evidentemente mutilate da agiti spesso contrassegnati da violenza non solo psicologica.
Così la Sanità, e in particolare la Psicoterapia, entra in momenti di particolare criticità esistenziale (quali morte, separazioni, disoccupazione, catastrofi naturali, solitudine), con il compito di portare conforto a persone generalmente affrante e disperate. Questo corto circuito pregiudiziale fra criticità esistenziale e invio istituzionale alla Sanità trasforma una domanda di aiuto per un disagio sociale in una diagnosi, con conseguente intervento diagnostico-psicoterapico spesso improprio (del neuropsichiatra infantile e dello psicologo). Portare conforto e prendersi cura del disagio delle persone, ascoltare la sofferenza ed essere vicini “all’altro” in momenti difficili sono atti che necessitano di luoghi e tempi assai diversi dall’ambulatorio e dall’ora del colloquio clinico. Ho conoscenza di alcune persone dedicate con perizia a questo compito, come volontarie in associazioni cristiane e laiche. Così ho occasione di relazionarmi e lavorare con assistenti sociali molto capaci nell’opera di contenimento di momenti critici dell’esistenza.
Allo stato attuale, gli organici dei servizi sociali sono in cronica carenza di personale, perciò i giudici e gli assistenti sociali preferiscono attivare il corto circuito di una domanda sanitaria impropria, che si caratterizza essenzialmente come una richiesta di assistenza psicologica e di presa in carico psicoterapica per la coppia genitoriale, la famiglia e il minore.
Una psicoterapia non può essere di conforto quando gli eventi di vita traboccano in disgrazie. Gli psicoterapeuti trattano racconti e narrazioni al fine di una rielaborazione del significato personale delle esperienze, ma questi percorsi di cura possono appartenere agli scenari del “dopo”, alla rievocazione degli eventi critici e traumatici tesi a una elaborazione cognitiva ed eventualmente emotiva. Soltanto dopo (alcuni anni?), quando nell’animo si sono scolpite difese psicologiche e si è innestato l’auto-convincimento che il proprio agire passato fosse l’unico possibile, gli agiti e la rabbia possono lasciare spazio a pensieri, parole ed emozioni rievocative di nuovo senso.
L’attività istituzionale del Servizio di Salute Mentale in età evolutiva è declinata con chiarezza da normative nazionali che non consentono deroghe operative (Autismo, Disturbi del Controllo Motorio, Problematiche di linguaggio e di apprendimento, Disturbi del comportamento alimentare e rapporti con il Tribunale e le autorità giudiziarie minorili). Al momento questi servizi territoriali sono travolti (in Toscana e non solo) da ondate epidemiche di richieste improprie di interventi diagnostico-terapeutici per un disagio sociale diffuso che coinvolge i minori. Sarebbe necessaria un’attività di formazione delle agenzie istituzionali responsabili di questo fenomeno (per esempio scuole e Tribunali), cioè dare corpo a interventi preventivi sulla “rete sociale, formale e informale” come indirizza il comma n dell’art. 25 dei LEA, comprendendo sommariamente tutti i contesti educativi dell’età evolutiva.
Quello che con supponenza viene definito il modello toscano della salute mentale, per i minori oggi appare ridotto a una trincea operativa ambulatoriale, che difficilmente potrà esaudire la domanda istituzionale delle normative nazionali oppure mettere in atto gli indirizzi del Piano Sanitario di Prevenzione Regionale 2015-2020 (prevenzione dei Disturbi del linguaggio nella scuola dell’infanzia, dei Disturbi dell’apprendimento nelle prime due classi della scuola primaria e diagnosi precoce e presa in carico dell’Autismo). Così la visita ambulatoriale del Servizio di Salute Mentale in età evolutiva, sia essa neuropsichiatrica e/o psicologica, colluderà sempre di più con la tendenza a medicalizzare il disagio scolastico e familiare dilagante nella nostra società.

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