Da Omero all’intelligenza artificiale, passando per Doctor Google

Simone Pancani, SOSA Centro Ustioni, Coordinatore Task Force Umanitaria, AOU Meyer Redattore di “Toscana Medica”

Simone PancaniOmero (o chi per lui, secondo uno dei grandi misteri della cosiddetta “questione omerica” di liceale memoria) descrive nella seconda metà dell’VIII secolo avanti Cristo le vicende della prima vera “guerra mondiale” nella storia dell’umanità, quella cioè combattuta tra Achei e Troiani sotto le mura di Ilio. La medicina all’epoca muoveva forse i primi passi e i medici lavoravano contando spesso sull’aiuto divino. Eppure Omero conosceva bene il corpo umano e aveva infatti capito che una ferita inferta a un organo poteva avere esito differente a seconda della “nobiltà” della zona anatomica colpita. Gli storici della medicina si sono presi la briga di studiare l’Iliade sotto questo aspetto e vi hanno trovato la descrizione accurata di 147 ferite di capo, collo, tronco e arti provocate da frecce e fionda (12 ciascuna), lancia (106) e spada (17, tutte mortali). Di molti di questi pazienti si prendeva cura Macaone, eroe figlio di Asclepio, guaritore eccellente.
Passano i secoli e nel 1315 Mondino de’ Liuzzi, anatomista dell’Università di Bologna, esegue per la prima volta la dissezione pubblica del cadavere di una donna nella sala di lezioni dando così origine alla moderna disciplina anatomica.
Tanta acqua ha continuato a passare sotto i ponti e il medico ancora oggi si prende quotidianamente cura dell’individuo sofferente. Certo lo fa in maniera completamente diversa dalle azioni degli antichi colleghi, seduto davanti alla consolle dei robot chirurgici, oppure intento alla diagnosi con strumenti sempre più sofisticati oppure, ancora, alla ricerca dell’infinitamente piccolo nella ricerca genetica o biomolecolare.
Ed ecco che insieme al progredire della scienza e della conoscenza è cambiato anche il rapporto antichissimo tra il paziente e chi lo cura.
Le conoscenze che viaggiano sul web a velocità impressionante portano sempre più spesso le persone a chiedere al proprio medico cure e procedure di diagnosi conosciute e magnificate, per lo più acriticamente, in rete mettendo talvolta in crisi il povero professionista che quasi sempre deve rintuzzare simili richieste in una lotta sterile ed estenuante contro il sempre più invadente Doctor Google. E che dire dell’applicazione della cosiddetta Intelligenza Artificiale (IA) in campo medico? Fino a ora, all’università nessuno ci ha insegnato in maniera approfondita questi argomenti e quando leggiamo che l’Intelligenza Artificiale si riferisce alla capacità di alcuni algoritmi matematici di migliorare le proprie prestazioni attraverso un processo continuo di apprendimento automatico in grado di elaborare predizioni dall’analisi di enormi quantità di dati, forse a qualcuno vengono in mente le lezioni universitarie di Semeiotica Medica e Chirurgica o le ore passate a “leggere” (e possibilmente capire!) i tracciati sulla carta millimetrata di tanti ECG.
Eppure ancora oggi nessuna tecnologia è riuscita, fortunatamente, a eliminare la parte “artistica” della nostra professione, quella capacità antica e affascinante che spesso di fronte a un paziente ci fa “sentire” più che capire che qualcosa in quell’organismo non sta funzionando per il verso giusto. Né più né meno come la mamma che, per istinto e non per conoscenza, dice al medico del proprio figlio: “dottore non so cosa ha, ma non è il bambino di sempre”.
Per questo l’“arte medica” deve continuare a rappresentare una componente fondante del nostro agire quotidiano, nel continuo rapporto reciproco con chi da noi cerca aiuto e comprensione. Non per niente ha ricevuto relativamente da poco tempo la giusta considerazione il concetto (a dire il vero oggi forse un po’ troppo inflazionato e “stropicciato”) che il tempo di ascolto è tempo di cura, cosa probabilmente data intelligentemente per scontata già dai colleghi dei secoli passati.
Con tutte le oggettive difficoltà del caso e dello scenario attuale, cerchiamo pertanto di continuare a dare la giusta valenza al rapporto con i nostri pazienti prendendocene cura con competenza ed empatia. Probabilmente in tempi a noi abbastanza vicini lo hanno fatto Wells e Morton che nel 1846 iniziarono a usare i farmaci per lenire il dolore durante le procedure odontoiatriche, il chirurgo americano William Steward Halstedt che nel 1894 introdusse l’uso dei guanti di gomma nonché dei cappelli e delle cuffie a protezione dei capelli durante gli interventi chirurgici oppure, ancora, Johann Mikulicz che nel 1896 iniziò a usare in sala operatoria le mascherine di garza a protezione delle goccioline di saliva incautamente fuoriuscite dalla bocca degli operatori.

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