Paleopatologia

Paleopatologia: una scienza che coniuga Medicina e Archeologia

Stampa

Valentina GiuffraValentina Giuffra, Direttore della Divisione di Paleopatologia presso l’Università degli Studi di Pisa, direttore del Museo di Anatomia Patologica, della Summer School in Osteoarchaeology and Paleopathology, della Field School Pozzeveri in Medieval Archaeology and Bioarchaeology e del corso di perfezionamento in Studio delle Mummie presso il medesimo Ateneo

 

 

La Paleopatologia rappresenta un fertile connubio tra Medicina e Archeologia; il suo scopo è quello di studiare le malattie che colpivano le popolazioni del passato attraverso l’analisi dei resti umani antichi. La Divisione di Paleopatologia dell’Università degli Studi di Pisa si occupa da anni del settore, con risultati rilevanti non solo per la conoscenza del passato, ma anche per la Medicina attuale.

 

Parole chiave: Paleopatologia, Archeologia, scheletri, mummie, cancro

 

Esiste una scienza, ancora poco conosciuta, che coniuga la Medicina con una disciplina apparentemente lontana dai suoi interessi:l’Archeologia. Questa scienza, nata in tempi relativamente recenti, è la Paleopatologia. Il termine deriva dal greco paleo, pathos e logos e significa letteralmente “studio delle malattie antiche”.

Dunque la Paleopatologia può essere definita come la disciplina che studia le malattie delle popolazioni del passato attraverso l’esame dei resti umani antichi, siano essi conservati a livello di scheletri che a livello di mummie. La Paleopatologia si distingue dalla Storia della medicina per il tipo di approccio, che risulta in un certo senso opposto, ma complementare. Infatti mentre la Storia della medicina si basa prevalentemente su fonti di tipo storico-letterario, e quindi indirette, per ricostruire soprattutto la storia delle malattie e delle terapie, la Paleopatologia utilizza fonti dirette, in quanto studia più in particolare le malattie direttamente nei corpi umani del passato. I reperti scheletrici, che si recuperano frequentemente nel corso di scavi archeologici, e le mummie, reperti purtroppo molto più rari da rinvenire, rappresentano un preziosissimo archivio biologico in cui sono contenute informazioni altrimenti non reperibili sulle malattie che affliggevano i gruppi umani nel passato.

In questi ultimi anni la Paleopatologia è divenuta una disciplina autonoma, distinguendosi come una branca della Medicina, e ha acquisito un forte carattere di interdisciplinarietà, in quanto si avvale di contributi derivanti da diverse discipline, fra le quali la Storia, l’Archeologia, l’Antropologia fisica, l’Anatomia patologica, la Radiologia e la Biologia molecolare, per citarne solo alcune.

La finalità delle indagini paleopatologiche è quella di ricostruire le caratteristiche e l’incidenza delle diverse malattie nel passato, molte delle quali dovute alle abitudini e allo stile di vita delle antiche popolazioni; inoltre, lo studio dell’origine di alcune importanti malattie dell’epoca attuale, come il cancro e l’arteriosclerosi, e la ricostruzione delle prime vie di diffusione delle malattie infettive rivestono un interesse notevole anche per la medicina attuale.

Dagli inizi della disciplina, che si collocano tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, sono stati compiuti enormi progressi, che uniscono il fascino del passato al rigore scientifico moderno.

La Paleopatologia ha infatti iniziato ad avvalersi delle più moderne tecnologie di indagine diagnostica utilizzate in Medicina applicandole ai reperti umani antichi. Oltre ai raggi X, che oggi rappresentano un metodo di indagine routinario e, tra l’altro, assolutamente non invasivo, la Paleopatologia fa attualmente ricorso a molte altre tecniche di avanguardia in Medicina. Per quanto riguarda la diagnostica per immagini, la tomografia computerizzata (TC) ha affiancato l’esame radiologico tradizionale, consentendo uno studio più dettagliato e approfondito delle mummie e ricostruzioni virtuali dei corpi antichi. La microscopia ottica può essere applicata allo studio di minuti campioni di tessuti antichi, grazie all’uso dello stereomicroscopio o del normale microscopio ottico, consentendo esami istologici, istochimici e immunoistochimici. L’analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto (13C, 15N), ha reso la Paleonutrizione una scienza di primo piano che permette di indagare le abitudini alimentari delle popolazioni antiche. Infine lo studio del DNA antico (aDNA) ha rivoluzionato la Paleogenetica e la conoscenza delle malattie infettive del passato, ponendosi come la tecnologia più promettente di risultati in un prossimo futuro.

La Divisione di Paleopatologia dell’Università degli Studi di Pisa, afferente al Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia, si è specializzata da tempo in questo particolare settore, ottenendo risultati di grande rilevanza scientifica. Molto note sono le indagini condotte dal fondatore della disciplina a Pisa, il professor Gino Fornaciari, su importanti serie di mummie italiane rinascimentali e moderne come quelle dei sovrani e principi della corte aragonese di Napoli (Figura 1) e di personaggi illustri, tra cui Pandolfo III Malatesta, Cangrande della Scala, S. Antonio da Padova ecc. A partire dal 2002 il professor Fornaciari ha diretto il Progetto Medici, che ha permesso la riesumazione e lo studio di importanti membri della famiglia dei Granduchi di Firenze.

Fig1 giuffra

Un esempio molto esplicativo delle ricerche condotte dalla Divisione di Paleopatologia e di come la conoscenza del passato possa contribuire alla comprensione della Medicina moderna sono le ricerche nell’ambito della Paleo-oncologia, che mira a indagare le testimonianze relative alla presenza dei tumori in passato. Le genti del passato si ammalavano di cancro? Il tumore è una patologia che affligge solo il mondo moderno? Sono domande che ormai da decenni la comunità scientifica si pone a causa del progressivo aumento di incidenza di diverse neoplasie tra la popolazione attuale.

La Paleopatologia ha fornito una risposta chiara a questi interrogativi, attestando con numerosi casi che il cancro accompagna l’uomo fin dai tempi più antichi. Tuttavia esistono una serie di ragioni per cui i tumori maligni avevano un’incidenza molto inferiore rispetto ai tempi attuali, le più importanti delle quali erano l’assenza di molti fattori di rischio, quali il fumo da sigaretta e l’inquinamento e, soprattutto, la più breve aspettativa di vita delle popolazioni antiche: sappiamo infatti che la maggior parte dei tumori insorge in età avanzata, alla quale in passato si arrivava difficilmente. Uno studio che ha sorpreso i ricercatori della Divisione di Paleopatologia riguarda alcuni casi di cancro diagnosticati nelle mummie conservate nella sacrestia annessa alla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli.

Gli studiosi, analizzando con moderne tecniche istologiche, immunoistochimiche e molecolari questi corpi antichi, sono riusciti a identificare ben tre casi di neoplasia maligna in individui tra i 55 e i 70 anni: un carcinoma basocellulare (ovvero un tumore cutaneo) che ha colpito il volto del duca Ferdinando Orsini di Gravina (circa 1490-1549), un adenocarcinoma invasivo del retto nella mummia del re Ferrante I di Aragona (1424-94) e un adenocarcinoma del colon in fase iniziale di infiltrazione nella mummia del principe Luigi Carafa di Stigliano (1511-76) (Figura 2).

Fig2 giuffra

Si è scoperto così che, se nel piccolo gruppo di undici mummie (dieci uomini e una donna) tre soggetti svilupparono un tumore maligno, esisteva una prevalenza di malattia neoplastica del 27%, un dato assai vicino al 31% riscontrato nei Paesi industrializzati moderni. Possiamo ipotizzare che nel passato il cancro sia stato una malattia relativamente frequente tra gli individui oltre i 55 anni, almeno per le classi élitarie del Rinascimento che vivevano più a lungo e che potevano permettersi abitudini alimentari e stili di vita non distanti dalle nostre. I sovrani e i nobili aragonesi avevano infatti un’alimentazione particolarmente ricca di proteine animali, in particolare carne rossa, che oggi sappiamo essere un fattore di promozione del cancro del colon. Ciò conferma l’importanza dello stile di vita nell’insorgenza di queste patologie, che evidentemente colpivano anche in passato se lo stile e la speranza di vita erano simili a quelle attuali. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Lancet Oncology, contribuisce non solo alla conoscenza sulla presenza del cancro nel passato, ma anche alla comprensione dei meccanismi di carcinogenesi attuali.

Tra le diverse attività, la Divisione di Paleopatologia, diretta ora dalla professoressa Valentina Giuffra, conduce un importante scavo archeologico nei pressi di un’abbazia camaldolese a Badia Pozzeveri, vicino ad Altopascio, e gestisce due Summer Schools che accolgono studenti da tutto il mondo per istruire i ragazzi nella metodologia della ricerca archeologica e nello studio antropologico e paleopatologico dei reperti umani antichi; inoltre ha attivato un Corso di Perfezionamento in Studio delle Mummie. Tutte le attività della Divisione sono reperibili sul sito internet www.paleopatologia.it.

 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Tags:

Il nostro sito utilizza i cookies per offrirti un servizio migliore.

Se vuoi saperne di più o avere istruzioni dettagliate su come disabilitare l'uso dei cookies puoi leggere l'informativa estesa

Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o cliccando su Accetto, presti il consenso all’uso di tutti i cookies.