Il fenomeno della dipendenza da lavoro e le conseguenze per la salute

Edoardo DisperatiEdoardo DisperatiNato a Lucca il 27/08/1994, laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Firenze nel 2016 e successivamente in Psicologia Clinica e della Salute presso l’Università degli Studi di Pisa nel 2018, con tesi di laurea magistrale incentrata sulle dipendenze comportamentali e in particolare sulla dipendenza da lavoro, attraverso l’analisi del fenomeno dal punto di vista teorico e sperimentale.

 

 Gabriella Smorto, Direttrice UOC Psicologia benessere organizzativo Azienda Usl Nord Ovest

 

La dipendenza da lavoro (o workaholism) è un disturbo ascrivibile al novero delle dipendenze comportamentali, fenomeno latente, insidioso, di difficile definizione, ma con conseguenze negative importanti sulla salute dei soggetti e con effetti dannosi per il benessere individuale e dell’organizzazione. In un recente lavoro sperimentale, è stata indagata la diffusione di tale disturbo all’interno di un campione di insegnanti italiani; in aggiunta, è stata valutata la correlazione tra la dipendenza da lavoro, il benessere psicologico e la qualità del sonno. Al netto dei limiti dello studio, i risultati hanno mostrato, in primis, una diffusione del fenomeno in linea coi dati della letteratura, e, in secondo luogo, è stata individuata un’influenza negativa della dipendenza da lavoro sul benessere psicologico e sul sonno dei soggetti, che si esprime attraverso diversi segnali.

 

Parole chiave: dipendenza, workaholism, salute, sonno, lavoro

 

Introduzione

Negli ultimi decenni gli addetti ai lavori della salute mentale si sono trovati ad affrontare e a studiare un gruppo eterogeneo di disturbi, le cosiddette dipendenze comportamentali, una particolare forma di dipendenza che non riguarda una specifica sostanza (o più di una), bensì coinvolge comportamenti quotidiani, ritenuti socialmente utili o accettabili (come il lavoro, il gioco d’azzardo, lo shopping online), che vengono messi in atto in maniera ossessiva e compulsiva, patologicamente esclusiva, pericolosa per la salute della persona. Inoltre, questi disturbi condividono le caratteristiche di base comuni ai “classici” fenomeni di addiction, come l’eccessiva rilevanza attribuita a questo comportamento nella vita dell’individuo, modificazioni del tono dell’umore, conflitti all’interno della famiglia, col partner, e un danneggiamento delle relazioni interpersonali.

La dipendenza da lavoro

Tra questi, un fenomeno scarsamente noto ma degno di assoluto interesse, è la dipendenza da lavoro, o workaholism, neologismo coniato dal termine alcoholism date le somiglianze fra i due disturbi. Essa è una forma di disagio psicologico latente e insidiosa, venuta alla luce all’inizio degli anni ’70, la cui classificazione nosografica è ancora oggetto di dibattito. Infatti, come tutte le altre dipendenze comportamentali (a eccezione del gioco d’azzardo patologico o gambling), non è stata inserita in alcun sistema diagnostico e di classificazione ufficiale; in aggiunta, non è stato raggiunto dai ricercatori e dai clinici un accordo unanime sulla sua definizione teorica, che rimane diversificata a seconda dei vari autori che se ne sono occupati.

Nonostante ciò, i più recenti lavori presentati in letteratura definiscono la dipendenza da lavoro come una condizione clinica caratterizzata da molteplici aspetti. In primo luogo, sintomi tipici delle dipendenze, come la sensazione di perdita di controllo sul proprio comportamento e la salienza, ovvero il fatto che questi soggetti attribuiscano un’importanza eccessiva, quasi vitale, alla propria professione, arrivando a lavorare più di quanto facciano i colleghi ed oltre l’orario di lavoro effettivo, mettendo, senza che gli sia stato richiesto, molta carne al fuoco e ritrovandosi poi a dover svolgere più compiti contemporaneamente, impegnandosi in sfrenate corse contro il tempo per rispettare le scadenze. Mostrano dunque segni di nervosismo, irrequietezza e disagio qualora impossibilitati a lavorare, fino a sentirsi in colpa quando si concedono del tempo libero.

In secondo luogo, sono caratteristici di questo fenomeno elementi peculiari dei disturbi dello spettro ossessivo-compulsivo, ossia pensieri intrusivi e ricorrenti nei confronti del proprio lavoro, difficoltà a distrarsi da questi pensieri o a ignorarli, insieme alla sensazione di una spinta interiore a lavorare in maniera eccessivamente intensa, e a un perfezionismo esasperato. Trascurano inoltre le relazioni interpersonali, sia al di fuori che all’interno dell’ambito professionale, la vita familiare, gli hobbies e le attività extra-lavorative, con effetti gravosi sulla qualità della vita e delle relazioni sociali e affettive (divorzi, separazioni, rotture di amicizie e frequentazioni, isolamento sociale). In aggiunta, la dipendenza da lavoro conduce a problematiche fisiche come stanchezza eccessiva, disturbi gastro-intestinali, dolori diffusi che tendono a cronicizzarsi, problematiche cardiovascolari e relative al sonno, oltre a elevati livelli di stress, scarsa soddisfazione per la propria vita, ridotta autostima, bassi livelli di benessere psicologico. Infine, difficilmente questi soggetti traggono piacere e appagamento dalla propria professione; infatti, al contrario di quanto si possa pensare, gli studi hanno evidenziato prestazioni lavorative povere, ridotta soddisfazione professionale e la presenza di condizioni di esaurimento delle energie e delle risorse fisiche e psicologiche a disposizione del lavoratore.

Pertanto, al di là delle questioni nosografiche, è certo che esista una forma di disagio psicologico legata all’attività professionale, degna di essere ulteriormente studiata e approfondita e che necessita di essere individuata e affrontata tempestivamente dato che conduce a delle conseguenze pericolose e nocive per la salute della persona.

Indagine sperimentale

Di recente, la dipendenza da lavoro è stata oggetto di una ricerca effettuata su un campione di insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori di due istituti della provincia di Lucca, con l’obiettivo di valutarne la diffusione all’interno di questa categoria professionale, scarsamente studiata in precedenza, insieme all’associazione con il benessere psicologico dei soggetti e la qualità del sonno, attraverso l’analisi delle correlazioni tra i punteggi alla scala di valutazione della dipendenza e i questionari inerenti le due variabili di salute. Il workaholism ha mostrato dunque una prevalenza pari al 13,33% del campione (dati coerenti con le percentuali individuate in letteratura, le quali oscillano tra l’8 e il 17% della popolazione); inoltre, i soggetti risultati workaholic hanno riportato di lavorare molto spesso oltre l’orario effettivo, in media 13 ore in più rispetto ai colleghi. Per quanto concerne le variabili di salute invece, è stata riscontrata un’influenza della dipendenza da lavoro non solo sul benessere psicologico, che si traduce in un abbassamento del tono dell’umore e nell’impossibilità di rilassarsi e distrarsi dal lavoro, ma anche nei riguardi della qualità del sonno, influenza negativa che si esprime attraverso una considerevole quantità di tempo necessaria ad addormentarsi, un ridotto numero di ore di sonno e una stanchezza eccessiva, che si manifesta tramite difficoltà a rimanere svegli, lucidi e concentrati e avere il giusto entusiasmo nello svolgimento delle attività della vita quotidiana.

Questa indagine sperimentale avvalora l’evidenza che, al netto dei limiti dello studio e delle questioni inerenti alla classificazione e alla definizione teorica, la dipendenza da lavoro sia una forma di disagio fisico e psicologico tangibile, diffuso, meritevole di essere studiato approfonditamente e che richiede l’attivazione di interventi sia a livello di prevenzione che di cura.

 

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