Telematico o della certificazione di malattia

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Sergio Baglionidi Sergio BaglioniMedico di medicina generale Firenze, Segretario OMCeO Firenze

 

 

Idoneità temporanea al lavoro: medici, pazienti, INPS, informatica e comportamenti a dire poco discutibili in un settore di grande attualità.

Parole chiave: idoneità temporanea al lavoro, INPS, certificazione telematica


Delle responsabilità trattate, e inosservate, dalla DR 1038 della Regione Toscana, la certificazione di inidoneità temporanea al lavoro è divenuta un test quotidiano dell’approccio del medico alla sua missione: curo la malattia o il malato?

È esperienza quotidiana che alcuni colleghi rifiutino una certificazione esplicitamente richiesta dal paziente e che altri vengano consequenzialmente sollecitati per atti medici non effettuati in prima persona. La storia è vecchia ma crediamo sia utile ripercorrerla perché la visione del problema non può non diventare unica, nell’interesse del paziente e della categoria, e al fine di superare una poco edificante criticità ospedale-territorio.

Partendo da lontano, troviamo un documento che già oltre 20 anni fa spiegava tutto.

Circolare INPS n. 99, 13 maggio 1996

Sono stati segnalati comportamenti non uniformi a livello nazionale circa la figura del medico che l’art. 2 della legge n. 33/1980 individua quale “curante”, abilitato al rilascio della certificazione di incapacità al lavoro agli aventi diritto all’indennità di malattia.

Al riguardo si precisa che, se pure, di massima, il sanitario preposto al compito in questione è quello di libera scelta, l’espressione letterale “curante” utilizzata dal legislatore, porta a dover attribuire validità, ai fini erogativi di cui trattasi, anche alle certificazioni rilasciate, pure su modelli non “standard” (ad esempio ricettario privato), da medici diversi, ai quali l’assicurato si sia rivolto per motivi di urgenza ovvero comunque per esigenze correlate alle specificità della patologia sofferta.

[…] Si sottolinea ad ogni buon conto che, in tutti i casi del genere, la “diversa” certificazione, da inoltrare, secondo norma, sia all’INPS che al datore di lavoro (a quest’ultimo anche in fotocopia) nei termini previsti, può essere ritenuta valida, agli effetti previdenziali di interesse, sempreché dalla stessa siano ricavabili i dati normalmente richiesti: nominativo del lavoratore, diagnosi e prognosi, intestazione, data del rilascio, timbro e firma del medico, nonché l’abituale domicilio del lavoratore ed eventualmente il diverso temporaneo recapito – dati questi da indicare a cura dell’assicurato, anche a parte –, e ciò pure ai fini della predisposizione di eventuali controlli, come previsto dalla legge.

Resta fermo in ogni caso che, qualora la certificazione redatta su modulari non regolamentari, pur presentando gli elementi essenziali, senza i quali l’atto non è neppure qualificabile come “certificato” (e, cioè, nominativo, intestazione e prognosi) manchi di altri requisiti rilevanti ai fini di interesse (diagnosi, data e firma), la necessaria regolarizzazione della stessa dovrà essere operata, tramite l’interessato, dai medesimi redattori; in particolare non deve essere richiesta, come talvolta è stato lamentato, autonoma tempestiva certificazione del periodo come sopra documentato al medico di famiglia, che, tra l’altro, potrebbe anche non essere in grado di formulare, nel caso di specie, una corretta prognosi.

Nel frattempo si è aggiunta la telematicità, che ha offerto ulteriori alibi all’evasione dell’obbligo ma che in realtà non modifica le responsabilità certificative, essendo un obbligo solo per chi ne è fornito (sanzionabile appunto). Né le regole per la residua certificazione cartacea né il datore di lavoro né il paziente possono entrare nel merito, come talvolta accade per loro comodità.

Cosa succede troppe volte?

Motivi addotti

Quali sono gli effetti di tutto questo?

Pensiamo al paziente in dimissione o dopo una prestazione invasiva, che, di persona oppure attraverso i familiari, deve andare a cercare il proprio medico, aggiungendo disagio e stress, magari con una diagnosi pesante sul capo. L’omissione in questi casi sembra una gratuita persecuzione aggiuntiva.

Non solo, talvolta insorgono problemi o ritardi (il venerdì, i giorni prefestivi o festivi) che espongono il lavoratore a perdite economiche.

Pensiamo anche al medico, che talvolta si trova un impegno senza però elementi conoscitivi essenziali, perché la documentazione è scarsa o assente, e che impiega più a ricostruire una situazione che a fare una diagnosi ex novo, a fronte di un atto che al vero responsabile costerebbe 2-3 minuti. Il contatto, poi, in alcuni casi avviene ad ambulatori conclusi, magari alla sera e con un giorno di ritardo, e così ci scappa anche una visita domiciliare per la verifica delle effettive condizioni dell’assistito che non può più recarsi in studio.

Gli effetti sono spesso paradossali, una storia vera per tutte: una paziente, seguita dall’oncologia e della quale il medico di medicina generale non aveva più notizie da mesi, giunge una sera per fare una certificazione da collegarsi alla storia precedente (nota solo la diagnosi iniziale) e in condizioni evolutive. Per certificarla, il medico di famiglia chiede tempo fino al giorno dopo per studiare i documenti e la telematicità delle opzioni aggiuntive, nel contempo lamentando l’omissione di chi l’aveva seguita fino a quel momento. Alla sera, chiariti i punti importanti, invia alla donna, per evitarle ansie aggiuntive, una mail ricordandole che il giorno dopo, come concordato, si sarebbero incontrati, col coniuge, per non affaticarla, per formalizzare e inviare il documento. Il giorno successivo, non vedendo alcuno in studio, il medico telefona e il marito gli dice che ha già risolto e che ha cambiato medico. Mesi dopo, l’Ordine gli comunica un esposto della sorella della paziente, collega oncologa, che lamenta il comportamento disumano, chiedendo sanzioni per la manifesta insensibilità. Conclusioni: 1) si è compromesso un rapporto che in quella fase terminale avrebbe potuto esprimersi al meglio, a pro dell’assistita; 2) la sorella oncologa, così attenta al rapporto umano, evidentemente non certifica mai.

Un punto trascurato e altrettanto delicato sono i rapporti tra colleghi: di fronte alla negazione o all’omissione, quali considerazioni vengono sottese?

Implicitamente il rifiuto/omissione riconosce al primo sanitario una superiore dignità medica che non può confrontarsi con la burocrazia, mentre il medico di famiglia è un medico di serie B il cui tempo può essere sottratto a diagnosi, ascolto, cura.

Il medico che afferma di poter attestare solo la presenza per le procedure espletate afferma in pratica di non essere in grado di valutare gli effetti delle proprie azioni sulla salute generale dell’assistito. È credibile o ammissibile in chi espleta un atto medico? In un momento di crisi della medicina, di recupero dell’attenzione alla persona, prassi normale nel territorio, e non più alla malattia o al solo atto medico, questo atteggiamento è perdente, per tutti.

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 Fig1 baglioni

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