Mamma segreta

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Elisabetta PeruzziElisabetta Peruzzi, Medico Chirurgo, laureata nel 1988 e specialista dal 1992, dirigente 1° livello S.C. Anestesia e Rianimazione Azienda Toscana-Centro Presidio San Giovanni di Dio. Incarico aziendale di referente per l’Anestesia in Ostetricia dal 2011

 

 


Mamma segreta, un progetto coraggioso che offre aiuto alle donne che si trovano in difficoltà per molti e diversi motivi. Poco, anzi quasi per niente conosciuti, sono i percorsi sanitari e istituzionali a disposizione sia di donne italiane che di donne migranti, in possesso del permesso di soggiorno o in condizione di clandestinità. La legge dello Stato italiano sancisce la possibilità di partorire in anonimato in ospedale e di decidere se riconoscere o meno il neonato. Sono offerti tanti aiuti, sia legali che economici e sociali.

 

Parole chiave: mamma segreta, abbandono, parto in anonimato, disagio sociale, impegno delle istituzioni

 

Un nome dolce che nasconde molto amore, ma anche molta sofferenza.

Mamma segreta si rivolge a tutte quelle donne che si trovano in difficoltà.

Per tutte queste donne ci sono tante forme di aiuto e percorsi; basta conoscerli.

Innanzitutto la legge n. 194, che consente, secondo precisi termini, di interrompere volontariamente la gravidanza.

È una legge che sancisce il volere della donna come libero e insindacabile. È stata concepita quale strumento di tutela e garanzia a cui non deve sovrapporsi nessun giudizio: dietro ogni interruzione, si celano molte storie, molti dolori e situazioni intercorrenti che non possiamo conoscere.

L’unica regola è di attenersi a quanto dice la legge.

Le clandestine o le immigrate, però, vuoi per paura di essere rimpatriate, vuoi per ignoranza o impossibilità di comprensione della lingua, possono non sapere dell’esistenza della 194 o non rivolgersi alle strutture pubbliche a causa della condizione di clandestinità.

E allora prendono vie traverse e pericolose; non solo per il bambino, ma anche per se stesse.

Esiste un mondo legato alla malavita e alla pratica di aborti eseguiti in ambienti malsani e insicuri, da persone improvvisate e senza scrupoli.

Il risultato spesso, oltre all’aborto, sono emorragie importanti e anche letali e insorgenza di infezioni gravi per la vita o irreparabili per possibili gravidanze future.

La causa maggiore di morte materna è, infatti, l’emorragia e la seconda sono le infezioni.

Il fenomeno dell’abbandono si ripropone sempre, anche se ne parla poco e molto spesso avviene in condizioni drammatiche.

Fin dall’antichità l’abbandono dei neonati indesiderati è stato un evento diffuso.

Gli ebrei vietavano l’uccisione dei neonati, ma consideravano legale l’abbandono o la vendita degli illegittimi.

La Grecia considerava legali sia l’infanticidio che l’abbandono.

Nella civiltà romana il padre che non riconosceva il figlio come proprio aveva la possibilità di portare il bambino alla columna lactaria, esponendolo alla pietà di chi passava e più spesso alla sorte di morire di fame o essere fatto schiavo.

La condizione dei neonati abbandonati (esposti) cambiò con l’avvento del Cristianesimo.

Nel 315 Costantino sancì che una parte del fisco fosse utilizzata per il soccorso degli infanti abbandonati e per i figli delle famiglie povere.

Nel 318 una legge impose la pena di morte per l’infanticidio ma non sanzionò chi vendeva i propri figli.

Il primo ricovero per neonati (xenodochio) fu istituito a Milano nel 787.

La prima “ruota” comparve a Marsiglia, nel 1188. In Italia, secondo la tradizione, Papa Innocenzo III, turbato da ricorrenti sogni in cui gli apparivano cadaveri di neonati ripescati dalle reti nel Tevere, istituì una “ruota” nel 1198 nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia (Roma). A Firenze la ruota dell’Ospedale degli Innocenti aprì nel 1445. Le ruote presero a diffondersi anche in Francia e in Spagna, mentre non si hanno notizie di altrettanti strumenti per gli esposti in Inghilterra, dove l’abbandono dei neonati e l’infanticidio non veniva affatto considerato un problema sociale tanto che comunemente si trovavano cadaveri di feti o di neonati nelle discariche o nelle fogne.

ruota ospedale innocenti

La prima città in Italia a chiudere la ruota fu Ferrara nel 1867, seguita a mano a mano da altre città in tutto il corso dell’800 sino alla completa abolizione delle ruote nel 1923.

La “ruota” o “rota degli esposti” era una bussola girevole di forma cilindrica, di solito costruita in legno, divisa in due parti chiuse da uno sportello: una parte rivolta verso l’interno e un’altra verso l’esterno che, combaciando con un’apertura su un muro, permetteva di collocare, senza essere visti dall’esterno, gli esposti, cioè i neonati abbandonati. Facendo girare la ruota, la parte con l’infante veniva portata nell’interno e da qui, aperto lo sportello, si poteva prendere il neonato per dargli le prime cure.

Spesso vicino alla ruota vi erano una campanella, per avvertire della presenza di un neonato, e anche una feritoia nel muro, una specie di buca delle lettere, dove mettere offerte per sostenere chi si prendeva cura degli esposti. Per un eventuale successivo riconoscimento da parte di chi l’aveva abbandonato, al fine di testarne la legittimità, venivano inseriti nella ruota, assieme al neonato, monili, documenti o altri segni distintivi, alcuni dei quali sono esposti nel museo degli Innocenti a Firenze.

In Italia, la legge n. 396/2000 e le precedenti leggi n. 2838/1928 n. 184/1983 e n 67/1993 (Codice Civile artt. 250 e segg. Dpr 396/2000 Ordinamento dello stato civile artt. 29, 30, 31, 32, 38, 42, 48, legge n. 151/1975 Riforma del diritto di famiglia legge n. 184/1983), prevedono per tutte le donne, italiane e straniere anche clandestine, il diritto di non riconoscere il neonato. Ogni donna di qualsiasi razza e religione, sia italiana, straniera o clandestina, può partorire in ospedale nell’assoluto anonimato, ricevendo tutte le cure necessarie per sé e per il neonato, ottenendo di non comparire sui documenti del bambino e di mantenere segreta la propria identità per almeno 100 anni.
Questa legge non è assolutamente conosciuta né ha avuto diffusione.

Rientra appieno nel diritto del minore ad avere una famiglia.

La richiesta delle donne che per varie motivazioni e condizioni non possono tenere il loro bambino prevede la costruzione di una rete di servizi e persone preparate in grado di garantire e sostenere la volontà della donna in un momento cruciale della sua vita.

I destinatari dell’intervento sono due soggetti distinti:

Per entrambi l’azione si svolge in un periodo di tempo molto limitato ma cruciale per il loro futuro.

La donna incontra persone che possono svolgere un ruolo determinante per ridurre e/o contenere la sua angoscia o vulnerabilità, per valutare le diverse possibilità e suggerirle i vari servizi capaci di aiutarla a rielaborare l’abbandono e ridurre il carico di sofferenza che a esso si accompagna.

La decisione del non riconoscimento non deve essere giudicata; tutto il personale che viene in contatto con la donna deve essere preparato e discreto per poter garantire alla donna un sufficiente contenimento dell’equilibrio emotivo.

Naturalmente, il personale è tenuto a essere informato sugli aspetti legali, amministrativi e di autotutela e sulla rete esistente.

È richiesta massima attenzione: a cominciare dal ricovero, che non deve essere nella stessa camera delle mamme che hanno partorito o sono in attesa di farlo, e dall’uso dell’ecografo con lo schermo girato e senza suoni, fino all’offerta del controllo del dolore del travaglio attraverso l’analgesia peridurale.

L’aiuto deve essere allargato al supporto psicologico, alla corretta informazione anche sulle possibilità presenti per eventualmente tenere il bambino.

Non conosciute sono le forme di aiuto alle “possibili mamme”:

Sono stati realizzati volantini, pendagli da autobus e manifesti in 9 lingue diverse, basandosi sulla percentuale delle popolazioni presenti a Firenze, con lo scopo di raggiungere il più capillarmente possibile le donne migranti.

Il logo del materiale pubblicitario è: “Non abbandonarlo: parla con noi”.

Il messaggio è quello di cercare aiuto nelle istituzioni contattando il numero impresso, che corrisponde al centralino della Misericordia di Firenze.

I centralinisti sono stati formati per rispondere alle domande di richiesta di aiuto, sanitario e sociale.

Il grande cuore di questa storica Istituzione ha messo a disposizione non solo la voce per rispondere, ma anche mezzi per andare a prendere le donne in difficoltà.

Diverse associazioni, laiche e religiose, inoltre, possono fornire ospitalità in luoghi protetti e sicuri in collaborazione con i servizi territoriali socio-sanitari.

Da segnalare anche il servizio di mediazione culturale istituito dall’Azienda Toscana Centro per superare le barriere linguistiche.

difficoltà gravidanza

Oltre ai mediatori presenti in ospedale nei giorni e nelle ore prestabilite, esiste la possibilità di una triangolazione telefonica 24 ore su 24 in 153 lingue che fa sì che il sanitario possa parlare contemporaneamente con il migrante e il mediatore.

Ecco, in breve, gli aiuti offerti alle donne in gravidanza che si trovano in condizioni di difficoltà.

 

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