Il respiro consapevole: strumento di recovery delle dipendenze patologiche

Laura CalvianiLaura Calviani, Dirigente medico SAT - Centro Diurno Alcologico - Day Service “La Fortezza.Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1989, specialista in Epatologia 
e Tossicologia Medica, Medico Tossicologo, master in Counselling e Comunicazione Interrelazione presso l’Università di Siena. Lavora dal 1998 nell’ambito delle Dipendenze Patologiche e dal 2008 presso SerD Zona Firenze. Dal 2011 si occupa di mindfulness

 

 Alessandro Orsetti, Educatore Professionale Servizio per le Dipendenze Patologiche, UFC SerD C Zona 1 Firenze

Adriana Iozzi, Medico Psichiatra, direttore f.f. UFC SerD C, Zona 1 Firenze

 

Nell’ambito delle dipendenze patologiche hanno acquisito sempre più importanza la valutazione e la cura del craving che viene definito come desiderio intenso, intrusivo, non controllabile dalla volontà per la sostanza (stupefacente, alcol o tabacco), come anche per un cibo o per qualunque altro oggetto-comportamento gratificante (gioco, shopping, sesso, pornografia). Recenti studi hanno mostrato come l’esercizio della mindfulness possa essere di aiuto nella cura della dipendenza e nei meccanismi neurobiologici che a essa sottendono.

 

Parole chiave: craving, mindfulness, addiction, Respiro SOBER


Una delle più importanti evoluzioni degli ultimi anni, per gli operatori delle dipendenze, ha riguardato la modalità di approccio alla patologia: da un approccio basato essenzialmente sui sintomi dell’intossicazione e dell’astinenza alla presa in considerazione dell’elemento saliente dei comportamenti di abuso: il craving. Questo è avvenuto soprattutto per 2 fattori:

  1. l’inserimento nel DSM 5 del 2103 del craving come criterio fondamentale per fare diagnosi di disturbo da uso di sostanze e disturbo da addiction grazie al quale è stata data ufficialmente pari dignità rispetto agli altri consueti criteri fino allora utilizzati per fare diagnosi, pur rappresentando un sintomo estremamente soggettivo;
  2. la sempre maggiore incidenza delle dipendenze comportamentali (gioco, videogame, shopping, sesso, pornografia), la cui diagnosi e valutazione clinica necessitano di parametri ulteriori rispetto a quelli che eravamo abituati a utilizzare.

Cosa si intende per craving? 

Si tratta del desiderio intenso, intrusivo, non controllabile dalla volontà per la sostanza (stupefacente, alcol o tabacco), come anche per un cibo o per qualunque altro oggetto-comportamento gratificante (gioco, shopping, sesso, pornografia). È il motore che spinge la persona dipendente a ricercare l’oggetto della dipendenza. Un tempo il craving veniva messo in stretta correlazione con il quadro astinenziale; oggi invece sappiamo che è indipendente da questo: può permanere anche a distanza di tempo dalla risoluzione del quadro clinico della dipendenza e può essere presente anche in chi non ha mai sofferto di sintomi da astinenza.

Adesso conosciamo molto meglio il fenomeno del craving rispetto a qualche anno fa, grazie agli studi neurobiologici e alle tecniche di neuroimaging. Sappiamo che è un processo estremamente complesso in cui sono coinvolti vari sistemi: il sistema dopaminergico mesolimbico-corticale, importante nel mediare la componente motivazionale e gratificante del craving, e la corteccia prefrontale, indebolita dall’uso cronico delle sostanze o del comportamento disfunzionale, essenziale nel favorire l’aspetto impulsivo del craving. Il craving spesso si “annuncia” con sensazioni sgradevoli, come rabbia, frustrazione, senso di angoscia, di aggressività, tristezza e, spesso, con un corredo somatico neurovegetativo come tremori, irrequietezza interna, tachicardia, cefalea e disturbi visivi.

Da questo la tendenza a evitare il momento presente spesso portatore di sensazioni sgradevoli attraverso il comportamento automatico di utilizzo della sostanza.

Allo scopo di fronteggiare un sintomo e un segno fondamentale, per gli operatori è stato necessario individuare nuove e aggiornate strategie il cui scopo è aiutare la persona a farsi consapevole delle sensazioni, anche fisiche, avvertite, a riconoscerle in quanto craving e regolarle senza ricorrere a modalità di “fuga”.

Pertanto la pratica della consapevolezza, attraverso esercizi esperienziali di mindfulness (come ci dimostra la letteratura più recente), può aiutare il paziente a riconoscere i meccanismi che portano alla ricaduta e a rendere possibile l’esplorazione delle possibilità di non reagire automaticamente.

A questo proposito i SerD dell’area fiorentina hanno desiderato approfondire la conoscenza della mindfulness inizialmente come strumento esperienziale per un percorso di consapevolezza personale, attraverso una formazione della durata di 3 anni con la guida e la supervisione della dr.ssa Patrizia Bruno, psicoterapeuta e insegnante di Mindfulness, e successivamente come strumento da applicare in ambito terapeutico.
La UFS SerD C di Firenze ha quindi avviato l’attività di un gruppo esperienziale, rivolto a pazienti in carico al Servizio Alcologico e al SERD con quadri di dipendenza da alcol o sostanze, di avvio alla consapevolezza, basandosi sul programma MBRP (Mindfulness-Based Prevention Relapse) ideato da Bowen S, Chawla N, Alan Marlatt G.

Il programma si è svolto in otto sessioni della durata di un’ora e mezza ciascuna a cadenza settimanale. Gli operatori hanno ritenuto importante centrare l’attenzione sull’esperienzialità delle sessioni e della condivisione dell’esperienza fatta.
Quindi sono stati proposti esercizi che focalizzassero l’attenzione sul corpo e sulle relative percezioni, sui movimenti guidati e consapevoli, sulle sensazioni ed emozioni emergenti di fronte alla richiesta di immaginare situazioni o attività quotidiane, e su come queste condizionassero l’umore, lo stato di vita o la salute, in termini di effetti vitalizzanti e positivi oppure negativi.

Sono stati anche indagati ed esaminati, sempre attraverso esercizi di consapevolezza che si sono avvalsi prevalentemente del respiro, i fattori che potevano influire sulla vulnerabilità, definiti con l’acronimo HALT (Hungry, Angry, Lonely, Tired).

La partecipazione dei componenti è stata costante.

Le persone stesse hanno gradito il programma e il corso, dichiarando l’utilità degli esercizi appresi che poi venivano effettuati anche a casa durante la settimana.

Durante i 2 mesi di attività non si sono verificate ricadute nell’uso di alcol e sostanze ed è stata osservata una riduzione di terapie farmacologiche sia per il craving che per le componenti psicopatologiche associate.

È stata soprattutto apprezzata la modalità di affrontare la tematica della dipendenza con un taglio diverso da quello che può essere vissuto abitualmente.

Non c’era alcuna indagine riguardo l’uso o l’abuso ma solo la richiesta che ognuno focalizzasse l’attenzione sulle proprie sensazioni ed emozioni, espressa con l’accortezza di non esprimere giudizi e di stare, piuttosto, alle percezioni del momento.

Nel caso si fossero presentati dei pensieri, catalogarli come tali, e nel caso avessero portato un giudizio, prenderne le distanze osservandolo come tale.

L’esercizio che i pazienti hanno utilizzato maggiormente durante la pratica a casa è stato il cosiddetto “Respiro SOBER” (Stop, Observe, Breath, Expand-la consapevolezza a tutto quanto il corpo, Respond-il contrario di reagire). Hanno affermato che proprio l’utilizzo di questi passaggi ha permesso loro di disinnescare il pilota automatico della risposta dalla sensazione sgradevole e di discomfort (craving) alla reazione (ricaduta). Ma, al contrario, riconoscendo le sensazioni sia somatiche che emotive, utilizzando il respiro per darsi uno spazio di accettazione, si creava quel lasso di tempo che consentiva loro di “rispondere” scegliendo la risposta adeguata in quel momento e non di “reagire” in maniera automatica. Peraltro questo percorso presenta diverse aree di affinità con il programma dei 12 passi di Alcolisti Anonimi o Narcotici Anonimi con i quali i Servizi per le dipendenze collaborano da sempre. Infatti entrambi incoraggiano lo sviluppo della facoltà di discernere tra quello che possiamo e quello che non possiamo controllare, e incoraggiano il riconoscimento dei fattori che accentuano la vulnerabilità alla ricaduta oppure ad altri comportamenti problematici come per esempio solitudine o stanchezza. Tuttavia un programma che si richiama alla Mindfulness-Based Relapse Prevention è un percorso più individualizzato, che favorisce una maggiore familiarità con le proprie sensazioni e i propri pensieri e la ricaduta viene accettata come parte del processo di apprendimento piuttosto che come fallimento.

Ecco perché riteniamo che i percorsi possano essere paralleli e che l’uno completi l’altro.

Più strumenti di fronteggiamento siamo in grado di fornire e maggiore sarà la possibilità di efficacia dei trattamenti, lasciando che le persone utilizzino maggiormente l’uno o l’altro in relazione alle esigenze del momento.

Teniamo conto inoltre che, nell’ottica di una necessaria e oculata gestione delle risorse, respirare consapevolmente non potrà comportare spese aggiuntive.

 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.