Dagli al Samaritano (anche l’Italia si è dotata di un suo muro contro i migranti)

“I paesi in via di sviluppo ospitano la maggior parte dei rifugiati di tutto il mondo. Vero o falso?”

GAVINO MACIOCCO, medico di sanità pubblica. Volontario civile in Africa, medico di famiglia, esperto di cooperazione sanitaria per il Ministero degli Esteri, dirigente di Asl. Attualmente insegna all’Università di Firenze, dove si occupa di cure primarie e di sistemi sanitari internazionali. Dal 2003 cura per “Toscana Medica” la rubrica “Sanità nel mondo”. Dipartimento di medicina sperimentale e clinica, Università di Firenze. Direttore del sito web:
www.saluteinternazionale.info

Gavino MacioccoA questo quesito, contenuto in un ampio set di domande facente parte dell’esame di Igiene per gli studenti di Medicina dell’Università di Firenze, molti hanno risposto “falso”. Di più: questa è stata una delle domande con il più alto tasso di errori nella risposta. Naturalmente gli studenti avevano potuto documentarsi al riguardo con il materiale didattico a disposizione (tra cui la slide pubblicata qui sotto): la stragrande maggioranza di coloro che scappano dalle loro terre chiedono e ottengono rifugio in paesi lontani dall’Europa e dagli USA. Ma per molti studenti la percezione è stata diversa, indotta dalla martellante pressione mediatica che parla di “invasione dei migranti” e dell’Italia ridotta a “campo profughi dell’Europa”.
La stessa slide mostra che più della metà dei richiedenti asilo nel mondo provengono da tre soli paesi: Siria, Afghanistan e Somalia. I dati si riferiscono al 2015 e vanno aggiornati perché nel frattempo il Sud Sudan, con 1 milione e 800 mila profughi, ha sostituito la Somalia in questa tragica classifica.
Il Sud Sudan è devastato da alcuni anni da una guerra interna1 che oltre a produrre morte, fame e distruzioni ha costretto alla fuga dalle loro case milioni di persone, parte di queste si sono riversate fuori dai confini del paese, la maggior parte; un milione, in Uganda.
Si deve allo scrittore Khaled Hosseini – in un ampio reportage pubblicato su “Repubblica” lo scorso 23 luglio2 – la descrizione di questo esodo, dell’organizzazione dei soccorsi da parte dell’Unhcr  (l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati), del governo ugandese e delle comunità locali.

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“Questo viaggio in Uganda – scrive Hosseini – è diverso dalle mie precedenti visite ai campi profughi di altri Paesi. La differenza che più salta all’occhio è l’assenza di recinzioni. Qui, grazie a una considerevole testimonianza di generosità e solidarietà, anche i privati cittadini e i proprietari terrieri, oltre che il governo, donano terre ai rifugiati. Osservando i volti stremati dei profughi arrivati da Pajok, provo un barlume di speranza nel sapere che nel giro di qualche giorno sarà loro assegnato un lotto di terreno su cui poter costruire un’abitazione di emergenza e coltivare il necessario per emanciparsi almeno in parte dagli aiuti. I rifugiati che giungono in Uganda sono liberi di spostarsi, hanno accesso alle stesse cure sanitarie e allo stesso sistema scolastico dei residenti e possono lavorare e aprire delle attività. L’Uganda ha un passato doloroso, e sa bene che una guerra che si protrae nel tempo costringe i profughi a vivere in esilio per anni, spesso decenni. E ha imparato che l’integrazione dei rifugiati, che non vengono considerati esclusivamente alla stregua di un problema umanitario, rappresenta un vantaggio per tutti. Oltre ad essere progressista e compassionevole, la politica dell’Uganda è anche intelligente, perché contribuisce a migliorare la vita dei propri cittadini”.
“Tutti i profughi che ho incontrato – in Uganda, in Ciad, in Giordania, in Iraq e persino in Afghanistan, dove sono nato – hanno espresso il medesimo desiderio: quando potrò tornare a casa e aiutare la mia gente? Nulla può sostituire il profondo legame che ci lega al posto in cui siamo nati. Ma quando tornare nel proprio Paese non è possibile, il luogo in cui troviamo un senso di appartenenza, dove le persone non dicono, guardandoci, che “non sei di qui”, diventa la nostra casa. Oggi nel mondo troppe voci dicono ai rifugiati che non sono voluti. Ripenso a un momento bellissimo che ogni giorno si ripete presso il centro di raccolta di Koluba, dove i rifugiati, dopo aver ricevuto un pasto caldo, vengono sottoposti a un controllo medico e ricevono un lotto di terra. Ogni mattina un rappresentante dell’ufficio del primo ministro ugandese prende in mano un microfono e si rivolge a loro con un sorriso schietto. «Siete arrivati qui per garantire la sicurezza dei vostri figli», dichiara. «Loro rappresentano la speranza e il futuro. È nostro desiderio che qui, nella vostra nuova casa, voi possiate realizzare i sogni e le aspirazioni dei vostri figli. Benvenuti in Uganda»”.
C’è un abisso di civiltà, oltre che di umanità, tra le parole di benvenuto del funzionario ugandese rivolte ai profughi e l’ipocrito slogan “aiutarli a casa loro” tanto in voga tra i politici italiani. C’è un abisso di civiltà, oltre che di umanità, tra l’indefesso e oscuro lavoro dell’Unhcr in Sud Sudan per garantire la sicurezza dei convogli dei profughi nell’attraversamento dei confini e l’attacco portato in Italia alle ONG, riuscendo a impedirne l’azione di soccorso ai migranti in mare.
“Un’irresponsabile campagna di ostilità – affermano i rappresentanti delle principali Ong3 –, opportunisticamente alimentata da tanti esponenti politici e opinionisti, dovrebbe trovare nelle istituzioni una ferma opposizione, non un inaccettabile avallo”. Infatti il governo italiano avalla. Forte di una maggioranza tripartisan e in assenza di un’opposizione, il governo può finalmente dotare anche l’Italia di un suo “muro” a protezione dai migranti, con due semplici mosse:
1. Tagliare le vele alle Ong, impedendogli di fare il loro mestiere, attraverso l’imposizione di un inaccettabile codice di comportamento.
2. Convincere i libici, a suon di dollari, a espandere le proprie acque territoriali a oltre un centinaio di miglia marine dalla costa (rispetto alle precedenti 12) limitando enormemente le possibilità d’intervento delle navi umanitarie. E non sono da escludere accordi sottobanco con le milizie libiche per bloccare le partenze dei migranti, come ha riferito un reportage del “Corriere della Sera”4.
A seguito di ciò anche Ong, come Save the children, che avevano obtorto collo accettato il codice, si ritirano, come già fatto da MSF, che aveva respinto il codice.
“Non potendo fermare le vittime prima che partano dai loro paesi, e non riuscendo a colpire i carnefici, si criminalizzano i soccorritori che salvano chi sta morendo in mare” (Ezio Mauro, “Repubblica”, 9 agosto 2017). “Che ‘Dagli al samaritano’ potesse diventare l’incitamento più diffuso nei media e in politica nel pieno dell’Occidente cristiano è davvero uno shock imprevisto (Marco Revelli, “Manifesto”, 5 agosto 2017).
Missione compiuta: gli sbarchi nei porti italiani ridotti quasi a zero, i soccorsi in mare idem. I morti nel Mediterraneo non si sa, perché uno degli obiettivi della missione era di azzerare non solo i soccorritori, ma anche i testimoni dei naufragi. Una cosa è invece certa: decine di migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni o – più semplicemente – dalla fame, provenienti da vari paesi africani e alla ricerca di un “asilo” e di una vita migliore, si ritrovano intrappolate in Libia senza vie di scampo.
“Dietro la riduzione dei salvataggi in mare, ottenuta con il sostegno alle autorità libiche nella loro decisione di limitare l’area di intervento delle navi impegnate nel soccorso umanitario, si consuma una gravissima e sistematica violazione dei diritti fondamentali delle persone: in mancanza di una via di accesso sicura e “legale” all’Europa, si nega il diritto d’asilo a quanti, costretti  alla fuga dalla guerra e dalla fame, non sono messi in condizione di raggiungere i Paesi dove questo diritto possa essere esercitato; con il trattenimento nei centri di detenzione libici i migranti, scampati alle tragedie dei Paesi di provenienza, diventano vittime dei trattamenti inumani e degradanti che in questi luoghi abitualmente si praticano” (Mariarosaria Guglielmi, Segretario generale di Magistratura Democratica5).

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Note

http://www.saluteinternazionale.info/2017/07/lagonia-del-sud-sudan/
2 Hosseini K., Sud Sudan. Io e la rifugiata Gladys in viaggio nella solidarietà, “La Repubblica”, pp. 12-13, 23 luglio 2017. Vedi anche  https://francescomacri.wordpress.com/2017/07/24/sud-sudan-io-e-la-rifugiata-gladys-in-viaggio-nellasolidarieta/
http://www.huffingtonpost.it/2017/08/11/lettera-di-actionaid-amnesty-emergency-msf-e-oxfam-irrespon_a_23074354/?utm_hp_ref=it-homepage
http://www.corriere.it/video-articoli/2017/09/08/migranti-scafisti-cosa-accade-davvero-libia/979f2c26-94a3-11e7-add3-f41914f12640.shtml
http://www.magistraturademocratica.it/mdem/articolo.php?id=2795&a=on

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