L'importanza di chiamarsi "esperto": certificazione o autorefenzialità dell'expert witness in materia di responsabilità professionale?

Massimo Martelloni  Direttore S.C. Medicina Legale e Clinical Risk Manager Azienda USL2 di Lucca.

S. D'Errico  Dirigente Medico S.C. Medicina Legale Azienda USL2 di Lucca.


Massimo Martelloni

A lungo la dottrina medico-legale si è soffermata sul ruolo del consulente tecnico medico-legale e sul metodo che deve ispirarne l’attività peritale; resta tuttavia ancora troppo ampio il gap tra teoria e prassi. Il peccato originale è, a ben vedere, da rinvenirsi nella mancata, preventiva e chiara definizione di criteri qualitativi, che oggi appaiono irrinunciabili e non più procrastinabili, in grado di “certificare” le competenze e le conoscenze dell’expert witness.
Il problema, sentito in ogni ambito del diritto, si amplifica ed esaspera nell’accertamento della responsabilità medica dove, per utilizzare le parole di Blaiotta, “la mancanza di cultura scientifica dei giudici, gli interessi che talvolta stanno dietro le opinioni degli esperti, le negoziazioni informali oppure occulte tra i membri di una comunità scientifica, la provvisorietà e mutabilità delle opinioni scientifiche, addirittura in qualche caso la manipolazione dei dati, la presenza di pseudoscienza in realtà priva dei necessari connotati di rigore, gli interessi dei committenti delle ricerche” rappresentano un pericolo concreto per l’amministrazione della giustizia.
Se è vero come è vero dunque che di fronte a tale situazione “il giudice non può certamente assumere un ruolo passivo di fronte allo scenario del sapere scientifico, ma deve svolgere un penetrante ruolo critico, divenendo custode del metodo scientifico”, ciò non può bastare, ma deve necessariamente passare attraverso una qualificazione della figura del consulente tecnico.
A oggi non esistono standards uniformi in grado di qualificare il consulente tecnico e questo rappresenta, evidentemente, un punto di debolezza nel sistema giudiziario, atteso il ruolo, talora decisivo dell’esperto sull’esito processuale.
In assenza di criteri condivisi, il rischio di una unscrupulous witness è quanto mai concreto e le ripercussioni sulle vicende giudiziarie gravissime, in relazione ai diversi ambiti del diritto.
Imporre criteri di esigibilità sui quali basare la nomina del consulente tecnico sembrerebbe dunque rappresentare la soluzione più ovvia al problema. La letteratura scientifica internazionale a più riprese ha invocato un intervento delle Società Scientifiche per la creazione di un albo di consulenti qualificati cui attingere a seconda delle esigenze di giustizia ed individuati sulla scorta di criteri qualificanti (produzione scientifica, attività didattica, comprovata esperienza “sul campo”, conoscenze sui diversi temi della medicina) all’interno di un percorso certificativo formalmente riconosciuto.
In questo senso non v’è chi non veda il ruolo di garante che devono rivestire le Società Scientifiche nella stesura di albi nazionali di consulenti tecnici per le diverse discipline della medicina e nella attività di review sul contenuto delle consulenze tecniche redatte dagli esperti. È il modello applicato sin dal 1998 dall’American Medical Association House of Delegates che costituisce un organismo di controllo della qualità dell’expert witness che può incorrere in sanzioni disciplinari o vedere revocata la propria abilitazione alla professione medica in caso di parere falso o scientificamente discutibile.
Non v’è dubbio, che la necessità di “certificare” l’esperto e di standardizzare e regolamentare l’attività di review dei pareri espressi dai consulenti tecnici rappresentano esigenze cui il sistema della giustizia e la stessa disciplina medico-legale non possono più sottrarsi.
La qualificazione dell’esperto, passa evidentemente anche attraverso l’applicazione rigorosa nella pratica peritale di un esercizio metodologico rigoroso fatto di osservazioni fondate statisticamente e probabilistiche attraverso cui risalire ad ogni antecedente causale di un evento, sottolineandone i caratteri e le modalità d’azione ed interazione nel complesso processo che conduce all’evento stesso. Si tratta del metodo criteriologico che, ove correttamente adottato, rappresenterebbe esso stesso momento di autovalutazione (Tabella 1).
Fondato su osservazioni di valore statistico e di alta probabilità, il metodo criteriologico consta della raccolta di tutti i dati inerenti l’ambito biologico e risale ad ogni antecedente causale di un evento, sottolineandone altresì con puntuale chiarezza e discernimento i caratteri, specificando ove possibile, se detti antecedenti, eventualmente con prevalenza o priorità biologicamente documentabili, abbiano o no concorso al realizzarsi dell’evento. In altri termini, parafrasando Fineschi, è necessario abbandonare, la costante necessità di riferirsi a criteri d’indole generale, aventi forza di assioma anche in situazioni che per loro stessa natura rifuggono da un rigido inquadramento normativo, perseguendo, invece, analogamente e in sincronia con la dottrina medico-legale, uno studio fenomenologico più affine all’empirismo che, fondandosi sul rilievo oggettivo dei fatti, consenta d’individuarne volta a volta l’essenza, la causa e la rilevanza giuridica, in un costante e proficuo intento collaborativo fra dottrina e pratica, riportando il criterio alla realtà di ogni evenienza. Sullo sfondo di questo scenario, attesa la sua rilevanza nella dinamica processuale, il consulente tecnico e quindi la consulenza tecnica medico-legale, non possono più sottrarsi all’onere di abbandonare una volta per tutte, vecchi percorsi valutativi per acquisire ed assolvere, finalmente, una effettiva funzione documentaria, enunciando le evidenze in maniera chiara ed espressiva delle metodologie seguite per acquisirle, analizzando le condotte con oggettiva (ed oggettivata) sicurezza, pronunciando specie in caso di condotta omissiva del sanitario, la potenzialità di condotte diverse, con procedimento controfattuale, conferendo al legame tra condotta ed evento i materiali più idonei forniti dalle leggi naturali, dalle leggi scientifiche, dalle linee-guida, dai coefficienti convergenti (epidemiologici) e in definitiva probabilistici, ma assunti e offerti non in forma di preteso giudizio conclusivo del consulente, ma come elemento oggettivo per un giudizio traghettato oltre la squassante corrente del ragionevole dubbio.
Il medico-legale così compone gli elementi specifici od oggettivi a disposizione, ponendoli assieme nel modo più plausibile, per poi decidere quale tra le spiegazioni scientifiche collima con la attualità proposta, (pesatura delle evidenze), offrendo al Giudice la scrematura valoriale di tesi concorrenti, indicando in ultimo la forza associativa in termini qualitativi di pro e contro. Al Giudice, infine, spetta il compito di verificare se una decisione è presa basandosi sugli standard WEO (weight of evidence): il numero di studi, la forza dell’associazione, l’ampiezza e coerenza delle prove, il potere di correlazione e di plausibilità biologica.

Tabella 1

 

 

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