Sul "fine-vita": non resta che il silenzio

Mauro Barni  Emerito di Medicina Legale e delle Assicurazioni dell’Università di Siena. È stato, Rettore dell’Università e Sindaco di Siena, vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica e presidente della Commissione Regionale Toscana di Bioetica, sino al 2006. È particolarmente impegnato sui problemi della etica e della deontologia medica con particolare riferimento ai rapporti tra professione e società.


Mauro BarniFa amaramente sorridere (oltre che sollecitar consensi) un puntualissimo articolo di 
Luigi Gaudino, giurista della Università di Udine, apparso nell’ultimo numero di Responsabilità civile e previdenza (n. 6, 2015), una rivista di dottrina e di giurisprudenza, da 80 anni attentissima ai problemi medico-legali. Il titolo del breve saggio, ironico e rigorosamente informativo; è «Novità in tema di fine-vita: Canada, Inghilterra, Francia e Friuli-Venezia Giulia», e, addirittura prima della lettura, fa subito pensare - non a torto - al fatto che l’Italia intera nel campo delle direttive anticipate è proprio del tutto out, quando una sua piccola Regione a statuto autonomo, si assume l’onere e l’onore di un «protagonismo» del resto consono alla sua storica vocazione mitteleuropea.

In effetti, dopo la clamorosa sentenza della Cassazione civile del 26 ottobre 2007, 
n. 2148, che, chiudendo il lacerante caso “Englaro, stabiliva che «il tutor (e il medico, aggiungo) ... deve innanzitutto agire ... nel best interest del paziente, deve cioè decidere (anche in assenza di direttive anticipate)» al posto dell’incapace, non per l’incapace ma con l’incapace, magari ricostruendo la presunta volontà della persona incosciente, (se) già adulta, prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei desideri da lei espressi (anche se non formalizzati) prima della perdita della coscienza, ovvero inferendo quella volontà della sua personalità, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche e religiose, culturali e filosofiche». Ce n’era dunque di materia, anche culturalmente elevata, per una legislazione non compromissoria e tanto meno intenzionalmente fallimentare come quella che poco dopo fu approvata da un ramo del Parlamento, ma presto passata agli onori dell’archivio, anche se purtroppo parafrasata persino dal nuovo Codice di Deontologia medica che, in proposito, si è fortemente “incartato”. Entrambi gli “strumenti”, infatti, dopo aver riconosciuto che, in fondo (ma proprio in fondo), dalle scelte attuali del paziente non si può prescindere, affermano che, se questi non è più in grado di scegliere, delle disposizioni anticipate il medico deve tener conto (quando le condizioni sono ormai disperate), pur solennemente e un po’ ipocritamente riaffermando (e ce n’è ancora bisogno?) che il principio da osservare è sempre il medesimo: il diritto cioè della persona di accettare o di rifiutare le cure, intangibile, anche in caso di perdita di capacità e anche ove il rifiuto ne possa determinare la morte. La terapia palliativa resta purtroppo nell’ombra.
Non c’è da aggiungere che, pure in questo tempo di “riforme”, il Parlamento si guarda bene dal risvegliare il can che dorme, pur avendo a disposizione il disegno di legge ispirato al “diritto gentile”, che ha per primo firmatario il senatore Marconi, e persino il bel lavoro culturale, elaborato con grande partecipazione di uomini di cultura, dal professor Paolo Zatti, civilista padovano.
Ha perfettamente ragione Luigi Gaudino quando denuncia che «nel panorama internazionale l’Italia continua a rappresentare un caso a sé stante. Dopo le polemiche che hanno accompagnato il dramma “Englaro”, il nostro Parlamento ha deciso di ignorare la questione ed ha sepolto - fortunatamente - il D.D.L. 
“Calabrò” ... » e scelto di lasciar depositare la polvere nelle sudate carte e sui patemi d’animo...e di coscienza.
Eppure, ovunque si è andati ben oltre la riaffermazione di ovvi principi. In Canada, ad esempio, la giurisprudenza interpreta il volere del paziente come espressione del diritto alla vita posto che il divieto può avere per effetto quello di indurre il soggetto stesso a suicidarsi finché ancora ... capace di farlo e forse ancor prima di quanto in fondo vorrebbe, per evitare «intollerabili sofferenze fisiche e psichiche, non alleviabili con mezzi terapeutici».
E ancora: in Inghilterra si è consolidato il «Mental Capacity Act», la legge cioè del 2005, grazie alla quale sono state disciplinate le «advance directives to refuse treatment»; in Francia, l’Assemblea Nazionale, in prima lettura e a larghissima maggioranza, il 17 marzo 2015, ha fatto propria la proposta di legge che stabilisce la vincolatività delle direttive anticipate, nonché le precisazione, su basi scientifiche, che nutrizione e idratazione artificiale costituiscono trattamenti sanitari, nonché la possibilità per il paziente terminale e sofferente di sottoporsi a sedazione profonda ...
Non è che si vogliono bruciare le tappe ... ma almeno si doveva (e si poteva) accogliere la Legge Regionale 17 marzo 2015, art. 4, della Regione Friuli Venezia Giulia sulla «istituzione del registro regionale per le libere dichiarazioni anticipate», respinta invece per due volte non dalla Consulta ma dal Consiglio dei Ministri, col pretesto che la materia è di competenza (altre volte dimenticata) dello Stato.
Tra l’altro, di quella Regione è la Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri ... che con ogni evidenza non era ostile al progetto. Eppure, conclude il giurista 
Gaudino - ed io mi associo - la materia del fine-vita, è ormai pressante, tanto nell’opinione pubblica quanto nel pensiero dei medici, e si ha la sensazione «che le contrapposizioni tra laici e credenti sono in gran parte superabili ed è possibile disegnare un quadro normativo rispettoso al contempo delle diverse sensibilità, nonché del diritto del malato e dell’integrità professionale del medico».
La Commissione Regionale di Bioetica Toscana c’era da tempo arrivata, in armonia con la Federazione Toscana degli Ordini e grazie alla sensibilità rispettivamente di Enrico Rossi e di Antonio Panti. «In hoc signo» (aggiungo con qualche mestizia) si erano vinte più difficili battaglie, con convinto unanime consenso.

 

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