Nel loro fine vita i medici ricorrono a cure meno intensive?

Alberto Dolara, già Direttore Unità di Cardiologia San Luca, Careggi Firenze

Come affrontare il periodo terminale della vita è un problema complesso e sono molto utili i dibattiti ed i convegni intedisciplinari come quello organizzato dall’Ordine dei Medici in collaborazione con l’Università di Firenze su “Il fine vita tra medicina e diritto: nuovi paradigmi“, del 25 maggio. Un aspetto importante del problema è la crescita esponenziale della spesa sanitaria in tale periodo, sottolineata dal
dott. Alfredo Zuppiroli nella sua relazione“ Il documento del SIAARTTI sulle grandi insufficienze d’organo “end-stage”. Per i pazienti in regime di Medicare negli Stati Uniti un quarto di tutte le spese si ha nell’ultimo anno di vita, dovuto all’aumento delle cure intensive. Ma qual è il comportamento dei medici quando si avvicinano alla propria morte? Una domanda stimolante alla quale hanno cercato di dare una risposta Maddock et al., nel loro articolo pubblicato sul J Am Geriatr Soc 64:1061–1067, 2016, “How U.S. Doctors Die: A Cohort Study of Healthcare Use at the End of Life”.
Secondo una diffusa opinione negli Stati Uniti i medici, quando sono pazienti, possono morire in modo diverso dal resto della società. Avendo un’intima conoscenza delle possibilità delle cure, sono gli unici che possono rendersi conto dei potenziali benefici e dei limiti della moderna medicina e con le loro conoscenze avere una migliore comprensione della prognosi di una malattia terminale. Di conseguenza si è ipotizzato che opterebbero per un approccio alle cure meno intensivo rispetto alla popolazione generale. Lo studio di Maddock et al. non ha confermato tale ipotesi. Confrontando quello che avviene negli ultimi sei mesi della fase terminale per la popolazione generale (192,006 decessi) e per i medici (9947 decessi) gli Autori hanno riscontrato che il numero di giorni in terapia intensiva, nelle unità di terapia critica e nell’uso degli hospices era addirittura maggiore per i medici rispetto alla popolazione generale.
Si può obbiettare che gli studi di popolazione siamo difficili e soggetti a critiche molteplici, che i risultati potrebbero essere diversi nei vari Paesi , che i medici sono esseri umani e come tali opera anche in loro il desiderio di ritardare comunque la morte. Tuttavia, poiché dalla letteratura scientifica risulta che le spese maggiori dell’ultimo periodo della vita sono associate a una peggiore qualità della vita stessa e molti interventi sono in disaccordo con le preferenze individuali, l’articolo di Maddock et al. contiene un messaggio che i medici non possono eludere.

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