Ciò che serve oggi alla psichiatria

Pubblichiamo volentieri questa lettera. Sperando che altri psichiatri intervengano su un tema così delicato.


UGO CATOLA, specializzato in Neurologia, in Psichiatria, in Crim./Psich. for. 1984-86 Dir. Opg Montelupo; 1986-89 Vicedir. Opg Reggio Emilia; 1989- 2012 Vicedir. Opg Montelupo. 2002 S. Ten. Med., 2006 Ten. Med., 2013 Cap. Med. Corpo militare Cri. 2 Giugno 1995 Cav. Merito della R. I..1988-1996 Doc. Neuropsichiatria presso Scuole Inf. Prof.


Ugo CatolaL’autoreferenzialità, le lotte giacobine per liberare i pazienti dall’oppressione della psichiatria mistificatoria ed emarginante, la negazione della patologia mentale endogena, ridotta a disturbo psichico sociogenetico, hanno fatto il loro tempo e sono state spazzate via dalla realtà. La frase attribuita a Galileo dopo l’abiura è di grande attualità per tutti coloro che cercano di difendere contro ogni evidenza le sublimi verità sostenute dalla psichiatria basagliana, ormai assurta a credo ideologico.
A tal proposito dobbiamo sottolineare che la psichiatria non è mai stata al centro dell’universo, non è e non sarà mai a sé stante, ma fa parte di due sistemi: è una disciplina psico-biologica ed ha sempre rivestito un ruolo non secondario nel sistema di controllo sociale. Come scienza medica cerca di curare i pazienti. Come scienza sociale cerca di armonizzare gli interessi generali con le legittime aspettative dei pazienti, compito che diventa più difficile (ma non impossibile) quando un paziente psichico diventa autore di reato. Su questo punto abbiamo assistito ad uno spostamento dell’asse della psichiatria dalla difesa sociale a quello dell’interesse individuale del paziente, vero o presunto, cioè la fine della funzione custodiale della psichiatria che e iniziata con la legge 180 del ’78 e si è conclusa, dopo quasi un quarantennio con la recente chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari.
Fatte queste semplici considerazioni veniamo allo stato dell’arte.
La famigerata legge Basaglia ha spazzato via, più che i manicomi, il compito di controllo sociale della psichiatria (vedi al proposito l’abolizione del reato di omessa denuncia del malato di mente pericoloso, omessa custodia del malato di mente, artt. 715.717 c. p. e l’obbligo di ricovero per i pazienti pericolosi a sé e agli altri ovvero di pubblico scandalo, legge psichiatrica 1904-1909).
Fatto questo, rimaneva fino a poco fa la seconda linea difensiva: l’Ospedale psichiatrico giudiziario (O. p. g.), definito a ragione il gendarme della 180. In realtà questa linea difensiva presentava molte brecce aperte da leggi e sentenze successive agli anni settanta del novecento: molti pazienti autori di reato non entravano negli OO. pp. gg., perché giudicati non pericolosi a prescindere dalla gravità del reato commesso (vedi la non applicazione automatica del ricovero in Opg stabilita da una sentenza della corte costituzionale) e quelli che entravano spesso terminavano la loro degenza assai prima della scadenza edittale, stabilita dal giudice nella sentenza di proscioglimento (per esempio un pluriomicida prosciolto per vizio di mente ed internato per un periodo minimo di anni dieci, poteva, a domanda, uscire anche dopo pochi mesi…), oppure la concessione di permessi e licenze facili anche contro il parere dei medici della struttura, durante i quali l’internato era libero di commettere altri delitti (vedi caso Panfilla, internato di Montelupo). Il resto l’ha fatto l’abbandono della struttura e la sua carente organizzazione interna, sia sanitaria che amministrativa.
Ma adesso è caduta anche questa striminzita foglia di fico e la psichiatria è nuda davanti alle sue responsabilità. Ora si tratta di ricostruire, sbarazzandosi di ogni preconcetto e di ogni degenerazione ideologica, nell’esclusivo interesse dei pazienti e della società, entrambi bisognosi di tutela, ma sorge spontanea una domanda: i picconatori, i demolitori, i novatori di tobiniana memoria, tuttora affetti da febbre ideologica e da impulsi iconoclastici, che hanno fatto carriera e occupano posti di responsabilità grazie proprio alle loro idee, sapranno costruire qualcosa di valido, oppure, affetti come sono dalla Sindrome del Cuculo, continueranno a far l’uovo in casa d’altri, utilizzando a tale scopo case di riposo, reparti di medicina, carceri, famiglie, comunità e quant’altro pur di non prendersi le responsabilità derivanti dalla diretta gestione dei pazienti?

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