Una professione assediata

ALBERTO FECI, già Libero Docente.in Clinica Ortopedica dell’Università di Firenze, già Aiuto CTO, già dipendente U.F. di ortopedia. Casa di Cura Villanova, libero professionista.

Alberto FeciCaro Direttore, ho letto e riletto attentamente il tuo “Appello” di “Toscana Medica” del giugno scorso. Appello che sa di chiamata a raccolta, di ulteriore o ultimo richiamo a riunirsi per fronteggiare la nostra professione che appare assediata, in una situazione di sofferenza, minacciosa per la classe medica, per tutti i medici e, di riflesso, per i pazienti. Sinteticamente hai ben tracciato le cause di questa sofferenza: alcune generali e altre squisitamente mediche. E ognuna di queste cause meriterebbe un’analisi dettagliata. Via via nel tempo esse sono state da te affrontate in molti articoli su “Toscana medica”, con grande lucidità e chiarezza. Ma questo tuo appello appare più drammatico degli altri tuoi interventi. Tu ci ricordi come ci troviamo in un periodo storico di crisi dei valori, di sfiducia reciproca, di frammentazione, di spirito rissoso, di calo di orgoglio professionale. Ci ricordi come i notevoli progressi della scienza (o arte?) medica creino problemi ancora insoluti e anzi ne creino sempre di nuovi a livello scientifico, sociale, etico. Con conseguenze negative sulla nostra professione, tra le quali divisioni all’interno della classe medica; Di qui il tuo “appello” ad una riflessione comune per ritrovare la “casa comune”.
Caro Antonio, oramai sono vecchio, ho più di ottant’anni, abbiamo festeggiato insieme il cinquantesimo di laurea qualche anno fa. Questo mi permette di parlare con una certa tranquillità, sicuro di una certa benevolenza nei miei riguardi. Ma oramai da troppo tempo è in atto un crescente, irreversibile turbamento nei medici per il progressivo cambiamento del ruolo stesso del medico. Non insisto su questo tema perché ne sai più di me, ma sarebbe bene parlarne in maniera più esauriente.
Tuttavia mi permetto di fare alcune mie considerazioni e avanzare qualche idea, modesta, ma su cui si può discutere. Uno dei più grossi turbamenti per la classe medica, a mio avviso, è l’attuale contenzioso medico-legale. Ero presente alla riunione che organizzasti all’Ordine il 22 settembre dell’anno scorso, in cui l’onorevole Gelli presentò il suo progetto, attualmente in vigore, anche se già modificato, sulla responsabilità medica, tra i cui obiettivi c’è appunto quello di regolamentare il contenzioso medico-legale. Io non so se i medici dopo il progetto Gelli siano più sereni. Da quanto mi risulta no. Alcuni nodi, tra i più importanti, non sono stati sciolti. Mi riferisco ai termini della prescrizione del reato, praticamente senza un termine conoscibile, alla diversità di giudizio nelle varie sedi giudiziarie, alle diverse valutazioni medico-legali, alla difformità di valutazione del danno, alla mancata considerazione del percorso terapeutico (in particolare all’abbandono del paziente del curante per passare ad un altro curante), alla aleatorietà e al costo dell’assistenza assicurativa, e a tanti altri fattori che sarebbe troppo lungo enumerare.
Io penso che una soluzione potrebbe essere la creazione di un “unico” Istituto, “nazionale”, obbligatoriamente finanziato da tutti gli operatori sanitari (in misura proporzionata al rischio), che provveda all’aspetto civile dell’eventuale danno subito dal paziente (sia che avvenga per colpa o per fatalità – ricordiamoci che eventi avversi possono aversi anche nel rispetto di ogni norma). In parole povere un Istituto simile all’INAIL. Già immagino le reazioni di chi non ha interesse a una soluzione del genere, ma perché non parlarne?
Altro problema da te più volte sollevato è la definizione del ruolo medico nel contesto storico che stiamo vivendo. Ricordo, in un tuo articolo, la frase: “ma quante persone attorno al capezzale del paziente…” Una volta c’era solo il medico, ora non si contano più le figure professionali, tutte preparate, intendiamoci, fornite di titoli, che ruotano attorno all’ipotetico paziente da te immaginato. Io penso, per aver vissuto quasi tutta la mia vita professionale negli ospedali, che queste figure professionali siano preziose. Ma deve essere il medico, il quale soltanto ha i titoli e ne risponde penalmente e civilmente, a stabilire, avendone la responsabilità e l’autorità sufficiente, il percorso terapeutico, e, se occorre, anche nei minimi dettagli. Del resto è questo che chiedono i nostri malati. Altro problema è rappresentato dai rapporti tra noi medici. Il nostro Codice di deontologia (Titolo X, art. 58 e segg.) al riguardo è chiaro. Mi viene in mente ciò che disse il prof. Virno, cattedratico di Anatomia Umana Normale, alla prima lezione del mio corso, nel lontano 1953: “Voi siete freschi di studi classici e ricorderete il filosofo Tommaso Hobbes, che scrisse: Homo homini lupus. Ebbene vi dico che: Medicus medico lupissimus. Ricordatevelo”.
Poco tempo fa, in un tuo articolo, stigmatizzasti la maldicenza causa di contenzioso. Ma ti dico di più (e potrei farti molti esempi): la denigrazione di un collega, quasi sempre fatta senza indagare sulla storia pregressa, senza chiedere una chiarificatrice documentazione, non reca nessun vantaggio a chi la esercita. Provoca del male al paziente che si sente tradito, che resta disorientato e soprattutto alimenta in lui una certa sfiducia all’intera classe medica, e infine conduce alla denuncia, spesso immotivata. Io penso che l’Ordine, quale garante della professionalità dei suoi iscritti di fronte alla società, dovrebbe avere più armi per combattere la denigrazione.
Altro punto da te più volte toccato riguarda i rapporti con le altre professione sanitarie, che si sono moltiplicate, ingigantite. Non mi sento davvero competente in materia, ma poiché ho vissuto i miei cinquant’anni di professione quasi sempre negli ospedali, penso che ora come ora le altre professioni sanitarie siano da ritenersi risorse fondamentali, e pertanto hanno pieno diritto a far sentire la propria voce. Tuttavia ritengo innegabile che in ogni iter terapeutico vi debba essere una sola mente a dirigere tale percorso e non vedo nessun altro che il medico che possa assolvere questo compito. D’altronde, metti davanti a un ipotetico paziente tutte le figure professionali che vuoi e fai scegliere al paziente colui che desidera lo curi. Credo che non ci sia da dubitare in proposito. Il mio consiglio: affrontare l’argomento in riunioni all’Ordine con i rappresentanti di tutte le figure professionali.
I rapporti con la classe politica. Qui entriamo in un campo minato. Conosciamo entrambi la storia del passaggio da una Sanità, amministrativamente (non medicalmente) frammentata, alla Legge ospedaliera prima e alla costituzione del servizio sanitario poi, che doveva assicurare a tutti i cittadini la “tutela della salute” (e non il diritto alla salute, che ovviamente non è di questo mondo, ma che spesso è stato un utile equivoco). Solo che nella gestione della sanità, nella utilizzazione delle risorse, nella scelta dei provvedimenti anche squisitamente tecnici, ecc., la politica è entrata con forza, condizionando sempre di più la vita e la professione dei medici. Metti anche la scarsità delle risorse, di fronte a una Medicina sempre più tecnologica e quindi sempre più costosa, ed ecco un cocktail micidiale che spaventa i medici. Metti anche che i politici, mentre hanno bisogno di dimostrare ai cittadini (per ovvi motivi) la bontà delle loro scelte, al contempo riducono sempre più a medici e strutture le risorse necessarie. Cosa fare? Resistere. Non cedere allo sconforto. Parlarne. Coinvolgere i politici medici…
Altre considerazioni. Tu parli dell’incessante rapido progresso tecnologico. Mi ricordo un tuo articolo in cui vagheggiavi “un anno sabatico” privo di novità per dar tempo di digerire il “nuovo” dell’anno precedente. A questo proposito sai, quanto me, che ogni progresso fatto dalla scienza, dalla ricerca, dallo studio, è stato poi ridimensionato dall’esperienza, e questo ridimensionamento non è solo un dato statistico, ma rappresenta un numero più o meno grande di pazienti che non hanno trovato beneficio da quel “progresso”. Perché non dedicare una o più riunioni in cui trattare questi progressi (che pur restano tali) evidenziandone i lati negativi? E farli rientrare nel grande capitolo della ECM (altro argomento di cui parlare)?
Tante altre considerazioni mi vengono in mente. Ma mi hai chiesto di non superare la pagina. Ne ho scritte due. Per cui mi fermo qui. Tuttavia sono convinto che molto si possa dire a livello ordinistico, specialmente presso l’Ordine di Firenze, che ha tutti i numeri per poterlo fare.

Il vecchio Collega
Alberto Feci

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Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

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