Diritto alla salute, anonimia e liste di attesa

 Riflessioni sul nostro Sistema Sanitario che rischia di incepparsi

 

Paolo BechiPaolo Bechi, già Ordinario di Chirurgia Generale e Prorettore dell’Ateneo fiorentino per l’area medico sanitaria è Presidente della Società Tosco-Umbra di Chirurgia 

 

 

 

Fa parte del diritto alla tutela della salute la possibilità di scegliere chi ci debba curare, perché, se certamente è compito della sanità pubblica garantire gli standard minimi di cure, è altrettanto certo che non tutti gli operatori e tutte le strutture sono qualitativamente uguali

 

Il diritto alla salute non esiste, negato dalla Legge sovraordinata per eccellenza che è la legge di natura e che prevede per ciascuno di noi un tempo di vita finito. Esiste, invece, il diritto del cittadino a che la sua salute sia tutelata dallo Stato, secondo l’art. 32 della nostra Costituzione. Prescindendo dal significato variamente estensivo attribuibile alla parola salute e, considerandolo, invece, in quanto direttamente impattante con le competenze del medico che fa diagnosi e terapia, potremmo dire che la Costituzione sancisce il diritto di ognuno di noi ad essere curato bene!

É consequenziale che non possono essere di per sé la perdita della salute, la mancata guarigione o l’insorgere di una complicazione post-terapia a rappresentare un vulnus di tale diritto, bensì soltanto l’inappropriatezza delle cure. Prima riacquisteremo questa consapevolezza, invertendo una tendenza cultural-sociologica demagogicamente costruita negli anni, che ha creato illusorie aspettative e prima verrà posto un argine al dilagare del contenzioso medico-legale che mina le fondamenta del nostro Sistema Sanitario, sottraendo ad esso risorse economiche, ideative e di forza-lavoro. A questo scopo, essenziale sarà la ricostruzione di un solido rapporto fiduciario medico-paziente, che sostituisca l’attuale caratterizzato da reciproca diffidenza e tale da innescare sia la medicina difensiva che uno stato, per alcuni specialisti, di perenne giudizio.

Fa parte del diritto alla tutela della salute la possibilità di scegliere chi ci debba curare, perché, se certamente è compito della sanità pubblica garantire gli standard minimi di cure, è altrettanto certo che non tutti gli operatori e tutte le strutture sono qualitativamente uguali. In una parola, è necessario porre nuovamente al centro del sistema quel paziente nel suo rapporto con quel medico che lo prende in carico e che in virtù di questo è responsabile, salvo particolari eccezioni, del suo iter diagnostico-terapeutico. La costruzione teorica ed opposta dell’operatore equivalente, con conseguente spersonalizzazione di tale rapporto, in molti campi, come ad esempio in tutte le attività chirurgiche in senso lato, non può e non deve trovare applicazione, pena la compromissione della efficacia e sicurezza delle cure a dispetto di tutti i possibili, pur utili, accorgimenti dettati dalla disciplina del rischio clinico. Questo implica che si deve tornare a dare giuste visibilità e riconoscibilità alla figura del medico, svilita e quasi annullata oggi in un Sistema Sanitario, inteso come un magma amministrativo-gestionale, che ha reclamato e reclama per se stesso ogni visibilità ed ogni merito, al fine di presentarne, poi, il credito alla onnipotente e troppo contigua politica. Questo significa, tra l’altro, che si deve evidenziare chi sia ad operare oltre quell’ingresso alle sale operatorie od a curare al di là di quella vetrata di accesso al reparto, correggendo, per prima, l’intollerabile anonimia introdotta negli ultimi anni nei nostri ospedali. Ma che follia è rincorrere in giro per il mondo professionisti eccellenti per affidare loro la direzione di nostri reparti, sale operatorie, o laboratori di ricerca e, poi, tenerne celato od addirittura cancellarne il nome in un masochistico egualitarismo? Non sarà facile iniziare questo necessario percorso a ritroso che riporti al centro il rapporto medico-paziente. Per questo, esso andrà compiuto con grande equilibrio tenendo conto che il diritto alla tutela della salute implica anche tutelare chi alla nostra salute deve provvedere e, quindi, il medico! Purtroppo, nel contesto ospedaliero e delle aziende sanitarie, in alcuni casi, si sono formati nel frattempo quadri amministrativi intermedi che vedono nel medico non l’asse portante dell’ospedale da supportare, integrare in svariate funzioni ed indirizzare secondo le direttive dei vertici aziendali, ma una controparte da combattere e limitare, quasi fosse antagonistica in un’insana aspirazione egemonica.

Di pari importanza agli aspetti appena menzionati nel porre a rischio il nostro Sistema Sanitario e nel comprometterne la credibilità è l’eccesso delle liste di attesa, che ha raggiunto, per quanto riguarda sia la diagnosi che la terapia di alcune patologie, un livello inaccettabile. Lasciando da parte ogni intuitiva considerazione sulla patologia neoplastica, un’attesa di oltre 6 mesi come accade, ad esempio, per la calcolosi della colecisti espone ad un rischio eccessivamente elevato di intercorrenti anche gravi complicazioni. Si può ragionevolmente prospettare al paziente un intervento come utile od addirittura necessario ed effettuarlo, poi, un anno più tardi? Sgombrando subito il campo dall’attività libero-professionale del medico ospedaliero/universitario che non ne è il motivo e prescindendo da fenomeni complessi ma marginali, la causa dell’eccesso d’attesa è da ricercare nella contrazione attuale delle risorse in sanità, che si traduce in difetto di personale, posti letto ed utilizzo di sale operatorie e strumentazioni. La soluzione di questo problema non può che passare attraverso un incremento di risorse, o con investimenti diretti per nuove assunzioni e/o per nuovi immobili e strumentazioni, ovvero con un reclutamento di risorse attualmente esterne al Sistema inteso in senso stretto, rappresentate dal privato. Questa seconda e subordinata possibilità, da regolamentare attentamente nel suo disegno, monitorare nella sua attuazione ed orientata su specifiche prestazioni in modo che il dettato dell’Art. 32 della Costituzione sia garantito, rappresenterebbe forse la soluzione più economica e di più rapida realizzabilità. Soluzioni diverse ed interne al Sistema, quali il prospettato acquisto di prestazioni in “intramoenia” od “in attività aggiuntiva”, hanno il difetto di gravare su risorse strutturali e/o di personale, nella maggioranza dei casi, già utilizzate al massimo regime ed oltretutto, per il personale, vincolate nell’utilizzo dalla normativa in tema di sicurezza delle cure. Quest’ultima autarchica soluzione, oltre che probabilmente poco utile, avrebbe peraltro anche il difetto di essere lesiva dell’immagine professionale degli operatori. Infatti, farebbe passare il dirompente messaggio di un impegno da parte loro immediatamente commisurato al compenso, auspicabilmente da reputarsi offensivo per qualsiasi professione, ma in particolare per quella medico-sanitaria.

Qualche purista difensore di principio della natura pubblica del nostro Sistema Sanitario potrà scandalizzarsi di questa proposta di chiamata a raccolta di tutte le forze disponibili, pur nell’ambito di una programmazione chiaramente governata e delineata. Tuttavia, da strenuo sostenitore di un Sistema Sanitario pubblico ed universalistico, credo, e penso che non sfugga a nessuno, che il vero scandalo sarebbe, in carenza di risorse pubbliche, non reclutare tutte quelle disponibili e lasciare che il nostro Sistema Sanitario si dissolva!

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