Certificazione introduttiva alla procedura di interruzione volontaria della gravidanza

Il Consiglio Direttivo dell’Ordine dei Medici di Firenze ha preso in esame una richiesta di chiarimento riguardante il diritto all’obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della Legge 194/1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza e le certificazioni mediche previste dall’art. 5 della stessa legge.

Di seguito il parere espresso dal Consiglio.

 

Riguardo al rapporto fra l’istituto dell’obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della Legge 194/1978 e le attività di certificazione di cui all’art. 5 della stessa legge, negli anni sono sopravvenute interpretazioni e tesi contrastanti sul dettato normativo, frutto di un vivace dibattito dottrinale che ha coinvolto (e continua a coinvolgere) medici, giuristi, bioeticisti, associazioni e organizzazioni del più vario orientamento intellettuale, fino naturalmente alla magistratura.

In tempi molto recenti la questione si è riproposta a seguito di un provvedimento della Regione Lazio che ha obbligato anche i medici obiettori alla redazione dei certificati di cui all’art. 5 della Legge, ritenendo tale attività non confliggente con l’obiezione di coscienza. Tale provvedimento regionale è stato oggetto di ricorso, al cui esito il TAR del Lazio con la sentenza n. 8990 del 05/07/2016 ha chiarito i confini e i limiti dell’obiezione di coscienza di cui all’art. 9 della Legge.

Il Giudice Amministrativo afferma che l’attività di certificazione dello stato di gravidanza e della volontà della donna di interrompere la gravidanza non possono essere considerate attività “specificamente e necessariamente” rivolte all’IVG, ma rappresentano solo parte della necessaria assistenza antecedente all’intervento. Infatti, la decisione relativa alla interruzione della gravidanza, pure in presenza di detta certificazione, spetta comunque all’interessata, che può sempre recedere da tale proposito.

Sostanzialmente quindi, secondo il TAR, è da escludere che l’attività di mero accertamento dello stato di gravidanza richiesta al medico si presenti come atta a comprimere il diritto all’obiezione di coscienza, trattandosi di attività meramente preliminare non legata “in maniera indissolubile, in senso spaziale, cronologico e tecnico” al processo di interruzione della gravidanza. Per questi motivi il TAR ritiene che l’eventuale rifiuto di certificazione potrebbe integrare gli estremi del reato di omissione di atti d’ufficio, similmente a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione Penale sezione III, con sentenza n. 14979 del 02/04/2013.

Tale pronuncia consolida un’interpretazione già fatta propria da altro giudice amministrativo (TAR Puglia, sentenza n. 3477 del 14/09/2010).

In conclusione, allo stato attuale delle cose, il Consiglio Direttivo dell’Ordine dei Medici Chirurgici e degli Odontoiatri della Provincia di Firenze ritiene che i medici siano tenuti ad orientare la propria attività certificativa secondo i criteri descritti da tali autorevoli pronunce giurisprudenziali.