Perché parlare oggi di differenza tra opinione e scienza? Forse perché mai nella storia come in questo momento, i concetti di scienza e di verità, sono stati così in pericolo. Mai si è pensato di poterne fare a meno o addirittura di doverli avversare come qualcosa di temibile, in quanto sostanzialmente antidemocratici. Appare pertanto urgente ridefinire i termini della questione. Ma cosa si intende per opinione? La definizione che potrebbe essere data è quella di conoscenza o credenza che non include alcuna garanzia di verità.
Un’opinione è un pensiero soggettivo derivante da quello che ci hanno insegnato i nostri genitori, dalle chiacchiere con i nostri amici e compagni di lavoro, da quello che leggiamo, dai social che frequentiamo, dal nostro cursus scolastico ed infine dal nostro milieu culturale e psicologico. Tuttavia già nella filosofia greca era ben chiara la distinzione tra opinione, in greco doxa, e scienza, in greco episteme, quest’ultima definibile come un enunciato basato su fatti o come diremmo oggi sulla sperimentazione controllata.
Ma doxa si contrappone anche ad un’altra parola greca aleteia, ovvero verità, da lanthano che vuol dire nascondere, preceduta da l’alfa privativo, quindi qualcosa di non nascosto, quindi il disvelamento di una cosa vera o ritenuta vera. In questa duplice accezione di qualcosa che è vero o si ritiene che sia vero, alligna purtroppo tutto il percorso filosofico che ha portato al concetto di verità soggettiva o di assenza di verità oggettive. E cosa intendiamo invece per scienza? Scienza può essere definita come un processo conoscitivo complesso, probabilistico, falsificabile, contraddittorio, fondato anche su fallimenti (non si raggiunge sempre il risultato ipotizzato), ma proprio per questo idoneo, alla fine del suo percorso, a consegnare prove verificabili in grado di non essere degradate da opinioni.
Tuttavia la differenza fondamentale tra opinione e scienza è che quest’ultima si basa su dati dimostrati. Questa definizione è possibile a partite da metà del XVII secolo con la rivoluzione galileiana che ha per sempre mandato in soffitta il principio di autorità. Infatti fino ad allora una cosa era vera, e pertanto non discutibile, in quanto detta da persona altamente credibile e quindi in massimo grado dal più credibile di tutti, ovvero Aristotele (principio dell’ipse dixit). Ma più precisamente in che cosa consiste il metodo galileiano? Il metodo galileiano viene descritto con grande chiarezza da Galileo Galilei stesso nella sua opera il Saggiatore. Galileo dice di partire dalle sensate esperienze, ovvero da cosa ci propone la natura per poi formulare un’ipotesi. Questa va tuttavia sottoposta alle necessarie dimostrazioni, il cosiddetto cimento, ovvero l’esperimento. Se adeguatamente verificata, l’ipotesi diventa legge.
Quest’ultimo è un passaggio valido per le scienze esatte quali la matematica e la fisica, ma non per la medicina. Bisognerà poi aspettare i primi decenni del novecento quando Popper affermerà che la scienza progredisce quando ci rendiamo conto che un certo modo di pensare la realtà è diventato falso. Per Galileo e per tutti gli scienziati che sono venuti dopo di lui, ma prima di Popper, invece, l’essenza della scienza era raccogliere prove per dimostrare la validità di una determinata ipotesi. Per Popper invece sottoporre una teoria a verifica significa valutare se può essere confutata, e una legge è legge fino a che qualcuno non riesce a falsificarla. Quindi il metodo galileiano è verificazionista, mentre quello popperiano è falsificazionista. Ciò rende la scienza una disciplina che fornisce verità in parte transitorie.
Una affermazione non falsificabile non è scienza, esempi classici di questo sono il socialismo scientifico, la psicoanalisi e ovviamente la teologia. Ma cosa si è verificato da Galileo in poi? La risposta potrebbe essere che si è andata costruendo la cosiddetta comunità scientifica che ha posto in essere la riproducibilità dei dati. Pertanto attualmente i risultati ottenuti da esperimenti provenienti dai vari laboratori vengono inviati su giornali scientifici e sottoposti al cosiddetto “peer review,” ovvero al giudizio di colleghi sparsi nel mondo che hanno alcune caratteristiche ineludibili, la terzietà, la competenza, l’indipendenza e il fatto di essere anonimi e non remunerati. Ciò dovrebbe garantire nella stragrande maggioranza dei casi la “genuinità dei dati”.
Ma proviamo a definire ancora meglio cosa si intende per comunità scientifica. Questa è rappresentata dall’insieme di migliaia di ricercatori provenienti da ogni parte del mondo e che spesso collaborando tra loro, ma anche con grande e sano spirito di competitività, si sforzano di far progredire la scienza. Ora la distribuzione degli scienziati in tutto il mondo e in tutti i contesti geopolitici, l’uso di un comune metodo di indagine, ovvero il metodo sperimentale, il libero scambio, la trasparenza e la riproducibilità dei dati sono elementi sufficienti per garantire la correttezza dei dati pubblicati.
Un ulteriore concetto che dobbiamo avere presente quando parliamo di scienza è il concetto di probabilità da contrapporre a quello di necessità. Possiamo qui affermare che la scienza non fornisce certezze assolute, quello è appannaggio delle religioni (fede), la scienza è infatti per sua natura probabilistica, costruisce modelli al fine di interpretare la realtà, e la «verità», in quel momento, è rappresentata dal modello in grado di spiegare il maggior numero di fenomeni possibili. D’altro canto il concetto di probabilità è insito nella struttura stessa della materia, come ci ricorda il principio di indeterminazione di Heisenberg, uno dei fondamenti della meccanica quantistica, e il concetto di mutazione per quanto concerne la variabilità biologica.
Ritorna in mente a tale proposito il concetto epicureo di clinamen che assicurava variabilità all’universo fisso proprio dell’atomismo greco. Ma la scienza è anche dubitativa, dal dubbio socratico, al cogito (dubito?) ergo sum di Cartesio, la filosofia, e tanto più la scienza, procedono proprio attraverso il dubbio, il mettersi continuamente in discussione. Il dubbio tuttavia non è la costruzione di una controcultura (controinformazione, informazione libera) è solo il metodo con cui lo scienziato deve procedere per essere tale. Ma se così stanno le cose come siamo arrivati a questo punto, quali sono gli antefatti di una tale disfatta della popolarità e anche della autorità della scienza? Due sono i filoni su cui si è mosso il pensiero anti-scientifico, da una parte la persistenza in noi esseri umani di bias neuro-cognitivi che ci fanno propendere verso credenze che non implicano il cosiddetto pensiero controintuitivo o critico-razionale. I bias possono essere definiti come “schemi decisionali che si sono selezionati in funzione di un vantaggio, in quanto permettono di fare scelte rapide in condizioni in cui non è possibile avere accesso a tutte le informazioni. Questi, soprattutto durante la nostra evoluzione, sono stati di grande aiuto, in quanto hanno consentito e consentono di mettere in atto quel meccanismo primordiale “fuggi o combatti” che poteva/può salvarci la vita. Tuttavia tali bias potrebbero essere poco utili di fronte a scelte complesse, quali sono quelle che la modernità ci propone.
La scoperta delle euristiche e dei bias proviene da alcune aree delle neuroscienze e della neuroeconomia, ed in particolare dai lavori di Daniel Kahneman, premio Nobel nel 2002 per l’economia, autore del libro “Pensieri lenti e veloci” e dello psicologo Gerd Gigerenzer. Kahneman sostiene che il nostro sistema decisionale é costituito da due sottosistemi, il primo definito di tipo 1, rapido, intuitivo, stimolato dalle emozioni, il secondo, lento e basato su processi mentali razionali. La maggior parte delle nostre decisioni viene presa mediante l’attivazione del pensiero di tipo 1, che è responsabile della costruzione della maggior parte delle nostre credenze, quali, ad esempio, tutte le forme di pseudo conoscenze alternative tipiche del pensiero complottista, basate pertanto su una forma di pensiero acritico. L’altro filone è costituito dalla speculazione filosofica, che per semplicità possiamo riassumere in tre grandi momenti. Il primo è rappresentato dalla messa in dubbio del valore dell’episteme già da parte dei sofisti attivi nell’Atene della fine del V e inizio del IV secolo a.C. Come ci ricorda Ivano Dionigi essi sostituiscono la verità (aletheia) e la scienza (episteme) con l’opinione (doxa), la verosimiglianza (eikòs) e l’opportunità (kairòs). Paradigmatica la frase di Gorgia da Lentini “Un discorso persuade se è scritto bene, non se è vero”.
Il secondo attacco radicale alla scienza nasce ai primi del novecento con la scuola di Francoforte, rappresentata da Adorno, Horkheimer, Marcuse, etc. Nasce con loro e poi con lo strutturalista e post-strutturalista Michel Foucault, il concetto di micropotere da ricercare anche, e direi da un certo momento in poi soprattutto, nella scienza. Quindi non più scienza come liberatrice dal principio di autorità e dai pregiudizi religiosi e metafisici, ma come dispositivo tecnico concettuale connivente con il potere. L’attacco finale e direi mortale è stato comunque portato direttamente al cuore del problema, cioè l’essenza stessa della scienza, ovvero la verità dimostrata e quindi oggettiva e pertanto radicalmente differente dall’opinione. Ciò è avvenuto a partire dai filosofi appartenenti al cosiddetto pensiero della post-verità. Tra questi spicca la figura di Bruno Latour che afferma che la scienza è soltanto una costruzione sociale, risultato delle negoziazioni e delle interpretazioni degli scienziati. Mentre in Italia Giorgio Agamben, discepolo di Foucault, è arrivato ad affermare che il Governo italiano ha usato un intollerabile dispotismo tecnico-medicale per cancellare i diritti e la democrazia in nome della sicurezza, e che i cittadini italiani sono stati/sono in una condizione peggiore di quella vissuta dal popolo russo nell’Unione sovietica ai tempi di Stalin.
Nell’epoca della post-verità, l’autorevolezza e il rapporto asimmetrico insegnante/discente scompaiono, i fatti provvisti di una loro intrinseca oggettività non esistono più, non esistono fatti più veri di altri o opinioni più vere di altre, tantomeno verità dimostrate da contrapporre alle opinioni. Ciò che conta è il punto di vista di ciascuno. In questo magma di opinioni che riverberano rapidamente sulla rete, non c’è più posto per il dato scientifico dimostrato, verificato, ponderato e quindi riproducibile.
In sintesi, la scienza: a) non sarebbe dotata di un valore oggettivo capace di affrancarla dalla soggettività; b) in quanto derubricata rientrerebbe nel dibattitto pubblico al pari con l’opinione; c) inoltre collusa con i poteri forti appare soltanto uno strumento di controllo di massa. Se così stanno le cose occorre rifarsi ad una controcultura indipendente. Se non ché tale controcultura diventa anch’essa mainstream, ma con un minus radicale, con un difetto direi ontologico intollerabile, ovvero la falsità, la non dimostrabilità degli enunciati. Essa propaganda fake spesso mascherate da elementi linguistici o di contenuto scientifico, che pur nella loro assoluta indimostrabilità, piacciono in quanto ripropongono l’idea di un nemico là fuori, in altre parole di un capro espiatorio da combattere.
Per molti quindi ci sarebbe soltanto una scientocrazia collusa con il potere e volta al controllo delle masse. Ma c’è un altro nemico della scienza come l’abbiamo interpretata noi in epoca post-galileiana, ed è rappresentato dai Big data. Citando Franco Brevini in “Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali?” “ Già nel 2008 Chris Anderson si era spinto a dichiarare che il metodo scientifico (leggi metodo sperimentale galileiano), era ormai obsoleto e che era destinato a venir sostituito dall’analisi statistica della gran mole di informazioni accumulate nel cyberspazio. Questo rappresenterebbe una rinuncia alla comprensione, ma consentirebbe una descrizione molto più ampia e precisa della realtà. Scomparirebbero quindi domande del tipo perché e come, ma avremo una imprevedibile estensione della realtà fenomenica. Tutto ciò decreterebbe la morte del metodo sperimentale e degli stessi scienziati! Il tema è troppo complesso, troppo vasto e ancora troppo poco conosciuto per poterne capire la reale portata.
Di fronte ad una frantumazione gnoseologica e linguistica così drammatica si sente tuttavia il dovere di riconfermare la supremazia dell’episteme sulla doxa, di riaffermare la competenza sull’ignoranza (nel senso di ignorare una certa cosa), di riparlare di autorevolezza vs cultura dei pari, ed infine far capire cosa vuol dire fare scienza. A tale proposito si sente l’esigenza di una corale autodafè da parte della comunità scientifica, che poco si è preoccupata di rendersi manifesta. Pertanto possiamo affermare che:
- abbiamo sbagliato noi a non dire che la scienza non è certezza, che se una cosa, prima sembra vera e poi nel tempo viene falsificata, ciò accade non perché dietro c’è l’imbroglio, ma perchè la scienza va avanti, perché la scienza si mette in discussione e non ha paura a dire che possiamo e dobbiamo cambiare rotta;
- abbiamo sbagliato noi a non far sentire tutta la bellezza della ricerca scientifica, a non dire cosa facciamo, come cerchiamo di raggiungere un determinato obiettivo, come proviamo a vincere una determinata sfida;
- in altre parole dobbiamo (ri)creare un rapporto, che oggi, in epoca COVID, si è completamente sfaldato. Dobbiamo non essere distanti, lontani del tipo “Noi/Loro” (in group/out group), dobbiamo ricreare un’alleanza tra scienza e cittadini, tra pensiero critico, controintuitivo e pensiero comune.
Credo che questo, unitamente ad una etica forte, che talvolta è mancata, potrà essere la modalità per ricreare quel legame che tanta filosofia, una scienza talvolta non corretta, un crescente strapotere delle Big Pharma, sono riusciti a spezzare. La riaffermazione della scienza non potrà avvenire che tramite una sua nuova narrazione, volta soprattutto alle nuove generazioni. Vorrei pertanto concludere con una frase del filosofo francese Etienne Klein: ‘E’ urgente ripensare i modi di raccontare la scienza: gli scienziati devono far sentire che esiste un «erotismo dei problemi». Loro devono diventare generosi, poetici, eccitanti, contagiosi.’
Per bibliografia: lorenzoemmi@yahoo.it